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10 motivi per (non) leggere le 150 sfumature (50 di grigio, 50 di nero, 50 di rosso)

E insomma, mi sono letta la trilogia del momento (passato): perché ne ho avuta l’occasione, per curiosità, per comprendere il perché di tanto successo, per vedere di nascosto l’effetto che fa. I libri sono scorrevoli, niente da dire: in qualche giorno li ho letti tutti e tre e buona notte al secchio. Quanto alle impressioni su storia, personaggi, scrittura, trama, eccole qua, in ordine scar… sparso.

1. Personaggi: Anastasia “Ana” Steele e Christian Grey sono banali, esasperanti, delineati con tratti grezzi e sommari. Lui si rifà al modello “ommioddio, ma quanto so’ figo, maledetto e… (si passa le mani nel ciuffo ribelle, aggrottando le sopracciglia) l’ho già detto maledetto?” che fa sospirare noi quasi-quarantenni fin dai tempi di Terence Granchester. Lei, l’imbranata ventunenne vergine, la giovine inesperta catturata nella tela del ragno, che imprevedibilmente si appassiona al cupo mondo del ventisettenne dominatore sessuale e stravolge lui e se stessa, in un crescendo che… mavaffanculo.

2. Per dire, lui, il torbido Mr Cinquanta Sfumature, all’inizio del primo volume esibisce la sua dichiarazione di intenti: “Io non faccio  l’amore… io fotto senza pietà“. Già questo fa venir voglia di gettare tutte le cinquanta sfumature – non una di meno – nel caminetto acceso. O ficcarle lì dove non batte il sole all’autrice, la traduttrice, l’editor, il direttore editoriale, financo al garzone dei donuts.

3. Il personaggio di lei, invece, è di una pochezza senza pari (insicura e lagnosa, non fa altro che dichiarare a lui il suo stucchevole amore, continuamente. E poi balla per la cucina. E poi si congratula con la sua dea interiore. E poi si acciglia per delle stronzate e sbrocca. E infine si chiude in un colpevole silenzio e si rimette nelle mani di lui implorando perdono – ma de che?!?!?, lasciando da parte così ogni dignità di donna e di persona, ma senza perdere di vista la sua missione di crocerossina salvifica). Insomma, la relazione (umana) tra i due è improntata su stereotipi tremendi e, in fondo, su una base di maschilismo davvero preoccupante. Altro che presunta liberazione femminile.

4. Il lessico: gli edifici sono “sontuosi”, gli abiti “eleganti”, gli sguardi “torbidi”, i baci “frementi”, il sesso “pulsante”. In. Tutte. Le. Fottutissime. 1000-e-rotti. Pagine. Della. Trilogia. Finché ti imbatti in un “licenziosa” che ti fa ben sperare: “wow, finalmente una novità! Licenziosa! Che bel termine… non lo uso mai, devo prendere nota”. Se solo non lo ritrovassi per altre 150 volte nelle pagine successive. Perché da lì in poi è tutto un proliferare di “oh, come mi sento licenziosa!”, la mail licenziosa, il marito licenzioso… Prego fornire all’autrice dizionario dei sinonimi e dei contrari. O illuminarla sull’esistenza di Thesaurus.

5. Le scene di sesso (perché ovviamente è questo il reale motivo per cui tutte/i hanno letto i libri): cioè, giuro, alla fine ti vien voglia di saltare le pagine che le resocontano, da quanto sono trite ritrite prevedibili e ripetitive, pur nel registro “‘o famo strano?”. Un po’ come se in un film porno ti soffermassi per inedia ad osservare la tappezzeria della parete dietro il letto nel quale succede di tutto.

6. (corollario) I due sono due macchine da orgasmo dal realismo pari a zero. Ok, lo so, un libro è un libro; e un libro erotico, in questo senso, non si perderà a descrivere momenti refrattari maschili e abluzioni intime preparatorie; ma, cribbio, inanellare sequenze di penetrazioni e fellatio/cunnilingus senza sosta, culminanti in potenti orgasmi multipli e simultanei, è un attimo, come dire, grottesco.

7. La trama: lui è ricco da far schifo e ha avuto un’infanzia difficile e dolorosa che lo ha fatto diventare un Sadico Dominatore (fine analisi psicologica). Incontra lei e vuole farne la sua nuova concubina sottomessa. Lei, povera e sprovveduta verginella, inaspettatamente, ci sta. E ci prende gusto. E poi i due si innamorano. Tira e molla e su e giù e lieto fine. Aaaaahhh… (simultaneamente)

8. Lui. Parla. Tutto. Così.

9. I due fanno venire a noia pure la ricchezza. Ops, scusate: la SONTUOSA ricchezza.

10. Però, almeno una cosa positiva ‘sti libri ce l’hanno: mi hanno fatto venir voglia di riscrivere la storia in salsa veneta. Mi aspetto grandi cose dal mio inconscio. La mia dea interiore sgambetta felice per il prato, e fa delle agili capriole sotto il sole, spernacchiando.

Piatto del giorno: un dito in gola, grazie.

P.s. Sì, lo so, c’è ancora quell’altra storia del racconto del contest da terminare. L’idea c’è. Con calma, non vi affollate.

 
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Pubblicato da su 23 gennaio 2013 in recensioni

 

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New York City – impressioni di settembre

chryslerone

(questa foto vorrei tanto averla scattata io)

Che insomma, ci stavo pensando prima: l’anno scorso, dopo essere tornata da NY, non ho scritto niente in merito.

Eh sì, lo so, vergogna!

Le impressioni sulla città e quel viaggio sono ancora belle vivide nella mia memoria, però; anzi, sono proprio vive. E quindi tenterò la recensione postuma ad un anno quasi dal volo che mi ha portata lì, non dico controvoglia ma nemmeno con ferma convinzione, perché io vorrei viaggiare in altri luoghi, tipo in Islanda, e mica visitare la mecca del capitalismo e dei grattacieli, che l’America vale la pena per i paesaggi, non per le città, e NY è un posto che bene o male tutti abbiamo già visto, nei film, telefilm, al tiggì, insomma, sai già com’è prima di andarci, e tu davvero vuoi andarci, in un bordello simile? E poi sai che me frega a me della città fighetta di S&TC, di cui non ho visto che un paio di puntate in vita mia, e di MACY’s e di Times Square e di questo e di quest’altro, eh! Però, aspetta: a NY ci hanno girato Harry ti presento Sally, e vi è ambientato Friends, e noi ci andremmo in ottobre, giusto?, e in ottobre c’è il foliage quindi figurati Central Park quanto bello dev’essere, per non parlare dei musei – uh, i musei!, sbav – e della messa ad Harlem (sì lo so che a messa io non ci vado mai, ma ad Harlem, ad Harlem, capisci? Adesso mi riguardo Sister Act e anche Manhattan di Woody Allen, che con Harlem non c’entra nulla ma ci sta lo stesso. Anzi, facciamo che apro wikipedia e cerco “film ambientati a NY” e li scar… compro e me li guardo tutti di fila, ecco), e degli spettacoli di Broadway… insomma, I wanna be a part of it, quando partiamo?!?
E quindi, ecco a voi:

NEW YORK – impressioni di settembre dalla A alla ZETA

A piedi: mai camminato così tanto in una città. Che è una cosa che si può fare benissimo, per altro. Girare a piedi, intendo. Manhattan è sì grande, ma non enorme. E poi noi veneziani (mi butto un po’ impropriamente nel calderone) ci abbiamo il passo spedito e il polpaccio allenato. Tsk!
Brooklyn: avevo un sacco di aspettative sul ponte e immaginato foto dal ponte, del ponte, col ponte di notte, di giorno, in ogni possibile declinazione. E poi alla fine ho sbagliato il punto di appostamento e mi sono accontentata di quel che passava il convento. Con buoni risultati, per altro, anche se non ho scattato LA foto
Chrysler Building (o Chryslerone): insieme al Flatiron, il mio edificio preferito nell’intera città. Commoventi nella loro eleganza un po’ rétro, e molto meno spocchiosi dei loro fratelli più giovani e ipervitaminizzati.
Disponibilità: quando me l’avevano detto, mi era sembrato strano. Ma le fonti erano più d’una, e le persone non si conoscevano tra loro. Se due indizi non fanno proprio nulla, magari con la mia testimonianza arriviamo a tre e salta fuori la prova: i newyorkesi sono di una gentilezza disarmante. Metti che ti vedano in difficoltà, la piantina in mano e il bandolo della matassa di lana perso in giro tanto che la povera Arianna vorrebbe pigliarti a mazzate, o novello Teseo sperduto nella jungla urbana; e insomma, eccoli lì, ‘sti newyorkesi, che ti si avvicinano amichevoli pronti ad aiutarti. Il che crea una curiosa dicotomia con l’ 
Essere del tutto indifferenti a chi vive per strada: i barboni/clochard/poveri di vario genere sono davvero la massima espressione dell’invisibilità. Sconvolgente.
Foliage: mica visto. A causa del caldo eccezionale, tutti gli alberi, dalla prima all’ultima foglia, erano inesorabilmente verdi. Verdissimi. Praticamente pareva primavera.
Giocattoli: entrare da FAO Schwarz e fare un tuffo nel passato (e in Big che, nella mia adolescenza, adoravo – prima che Tom Hanks divenisse stucchevole e vagamente odioso) è un tutt’uno. Poi c’è da dire che quando gli americani decidono di spettacolarizzare qualcosa lo fanno proprio bene.
High Line: la più bella sorpresa della città. Mi ha colpita davvero un sacco per la sua inaspettata bellezza e per l’orgoglio con cui viene coccolata dai suoi protettori. Mi aspetterei di trovarci, sedute a qualche tavolino all’aperto, Susan Sarandon e Daryl Hannah che bevono il tè chiacchierando di cucito e diritti umani.
Inferno: descrivibile in sole quattro parole: Times Square nel weekend.
Libertà (statua della – ): il mio primo vero impatto con la città. Svegliati prestissimo dal jet lag, il primo giorno dopo l’arrivo, decidiamo di imbarcarci verso Liberty + Ellis Island. E ce la troviamo davanti, Miss Libertà che illumina il mondo, sfrontata, imponente e anche un po’ retorica nell’esibizione di sé (come solo gli americani sanno essere, per inciso). Stranissimo senso di déjà vu giustificato dalla sovraesibizione del monumento.
Mangiare: tutte le volte in cui vado all’estero, evito come la peste i ristoranti pseudo-italiani, non prendo in considerazione le recensioni sulla guida (ma ora che ho l’app di Tripadvisor qualcosa cambierà, me lo sento) e, in definitiva, vado a caso con alterne fortune. A NY ho proceduto più o meno così, tranne per una manciata di eccezioni: Sylvia’s ad Harlem (ottimo soul food), Katz’s Deli (come non andare nel ristorante in cui Sally simula l’arcinoto orgasmo?), Ellen’s Durst (un tuffo negli anni ’50 in piena Broadway). Per il resto, street food à go-go e qualche improvvisazione. Da bocciare: i Brezen o Pretzel che dir si voglia, decisamente meglio quelli austro-germa-trentini. Quelli americani sono però più grandi, OVVIAMENTE.
Nord-sud-ovest-est: no, gli 883 non c’entrano niente, per fortuna. Volevo solo dire che, per me che ho un senso dell’orientamento quasi inesistente, trovare la giusta direzione a NY (come in qualsiasi altra città degli USA del resto) è facilissimo. Dio benedica il pragmatismo urbano (seppur scopiazzato dagli antichi romani) dei cugini del Nuovo Continente. 
Occupy Wall Street: nei giorni in cui siamo lì il movimento è in pieno fermento. Zuccotti Park è presidiata da un esercito di pacifici campeggiatori, la Borsa sorvegliata a vista da un esercito di poliziotti armati fino ai denti, manifestazioni qua e là… Insomma, pare davvero di trovarsi dentro una pagina della Storia. Quella reale.
Pastrami: cibo obbligato da Kat’s Deli, anche se a voler proprio essere precisi Sally aveva ordinato un sandwich al tacchino. Ad ogni modo, entusiasmante: un viaggio (lisergicamente inteso) tra tutti i sapori conosciuti dal genere umano.
Quante volte ho sospirato di piacere scorgendo all’orizzonte la silhouette del Chryslerone?: un sacco.
Requiem: nei giorni in cui siamo lì, Steve Jobs ci lascia le penne. Pellegrinaggio d’obbligo all’Apple store, per vedere di nascosto l’effetto che fa.
Spettacoli: sei a NY e vuoi non andare a vedere un paio di cose a teatro? Io ed il FOC* siamo mossi da spinte divergenti: più istituzionale lui, più off io. Troviamo un compromesso scegliendo Cirque du soleil, Blue man group e Priscilla. Bellissimi, nel loro genere, tutti e tre. I BMG la vera sorpresa, per me che non li conoscevo proprio.
Tamarrata in grande stile: il Columbus Day. Mai visto niente di più solennemente infarcito di luoghi comuni. Il trionfo del kitsch italoamericano. A modo suo, impagabile.
T però anche come Tornare: non vedo l’ora di farlo, per rivedere con calma alcune cose (Central park, il Guggenheim – intravisto dall’esterno ma non visitato, o tutti quei quartieri centrali tipo SoHo, Tribeca, il Village, che tra l’altro devono essere i più carini) o visitarne altre del tutto ignorate per mancanza di tempo (Coney Island su tutte). E poi magari la prossima volta qualche campionato di qualche sport sarà iniziato, così che riusciremo ad andare a vedere una partita di qualcosa. Non dico al Madison square garden. E’ sufficiente anche il campetto dell’oratorio. Basta che qualcuno tiri quella fottutissima palla del cazzo!
Uh, quanta cultura!: fatto proprio il pienone, tra un museo e l’altro. Che poi alla fine, nonostante sia un’amante dei luoghi zeppi d’arte, tra MoMA e MET sono decisamente andata in tilt. Troppa, troppa roba, tanto che il Louvre si ridimensiona fino a sembrare l’esibizione di fine anno dell’università popolare del mio paese. Stanco e decadente il Museo di storia naturale; il Guggenheim ha una struttura davvero particolare, da fuori, ma il meglio dev’essere decisamente dentro.
Vitello: è proprio come un vitello che piango durante la messa gospel in una delle chiese battiste di Harlem. Io, che in chiesa non ci metto mai piede, a meno di essere costretta da cerimonie familiari o amicali. Io, che sono critica verso l’intero sistema episcosacerdopapale. Io, che vengo chiamata dal FOC* “l’Anticristo”, metto da parte le mie perplessità e le possibili considerazioni scettico-socio-culturali e mi commuovo fino alle lacrime. Non tanto per il messaggio religioso in sé, ma per il senso di appartenenza che queste persone sentono di avere verso qualcosa: la loro comunità in primis, fino ad arrivare a qualcosa di più grande. E Amazing Grace, cazzo, dà la definitiva mazzata. 
Zing: termine usato da Fiammetta Fadda, critica gastronomica, per definire quel certo non so che che dà brio e twist ad un piatto. Ecco, applicato a NY, lo zing c’è tutto, e rende la città divertente, non saprei usare altro aggettivo per definire quello che ho provato in giro per le streets e le avenues. Perché NY è innegabilmente divertente, è un grand bazar pronto a soddisfare le richieste di ogni tipo dei numerosissimi visitatori che vi mettono piede, un luna park urbano sbrilluccicante e rumoroso, una serie di locations di film e telefilm inanellate una dietro l’altra, un rimando continuo ad altri mondi e altre vite, un bignamino di storia contemporanea, una puntata di Report in collegamento speciale con Porta a porta. Multiforme e versatile, è davvero la città che non dorme mai e di cui, per qualche giorno, è bello fare parte.

Note:
* FOC: Frequentante Ora Coinquilino

 

Piatto del giorno: Pollo fritto con fagioli dall’occhio nero e insalata di patate, e a seguire dolce di zucca. Da leccarsi i baffi.

 
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Pubblicato da su 9 settembre 2012 in NYC, recensioni

 

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Afterhours @ Sherwood Festival, 06/07/2012

Ci sono delle band che vedi live milioni di volte nella tua vita di fans: un po’ per feticismo, un po’ perché ma dai, suonano così vicino a casa che vuoi non andarli a sentire?, un po’ perché boh, dev’essere uno dei misteri di Giacobbo.
Che poi, così vicino a casa anche no, ché alcune sono state a vedermele più in giro, tipo a Londra o in Olanda.
Il che fa fighissimo, vuoi mettere?
Gli Afterhours li ho seguiti un po’ qui e un po’ là. E nel 2006, appunto, in un momento cupissimo generato ma non creato dalla fine sofferta di una lunga storia d’amore, ho preso le valigie e li ho pedinati tra Amsterdam e dintorni. Per inciso, deprimendomi ancor più.
Ma questo è passato. Torniamo ai giorni nostri.

Venerdì sera io ed il Coinquilino ci mettiamo in viaggio sul nostro scooter (ché finalmente qualcuno ha preso la patente!) sotto un cielo che minaccia di esplodere in una tempesta di acqua e grandine.
– Che famo, andiamo a due o quattro ruote?
– Dai, proviamo con le due. Per scaramanzia mi vesto da spiaggia, vedrai che non piove, aò.
E non scherzo, quando parlo di “vestirsi da spiaggia”: reggiseno nero borchiato di un costume che ho preso una volta sul’onda dell’entusiasmo, non so ancora perché, maglietta nera che lascia scoperta la schiena e anche un bel po’ del davanzale, ad averne uno, bermuda di jeans a palloncino. Non mi vestivo così manco quando avevo 18 anni. Ora che mi avvicino ai 40 ricomincio a fare la giovane, e fra un po,’ temo, mi calzerà a pennello il detto dietro liceo davanti museo; ma finché dura, io persevero diabolicamente.
E insomma, siamo a 500 metri da casa che la visiera del casco già gronda di goccioline, le stesse che mi sferzano le gambe e le mani come in una raffinata tortura afghana.
– Uhm, che dici? Torniamo a casa a prendere la macchina? – gli urlo da casco a casco.
– Ma no dai che siamo quasi arrivati.
Quasi arrivati ‘sta cippa, ma vabbè, continuiamo.
Imbocchiamo il passante e ci cacciamo subito dietro un camion. Ho così modo di imparare alcune importanti lezione di fisica, in primis “un mezzo che viaggi a velocità costante dietro un altro mezzo di maggiore volume e che proceda ad uguale velocità e nella stessa direzione, deve mantenere una distanza da questo tale da evitare di schiantarvisi contro in caso di improvvise frenate”.
Qualche decina di minuti dopo, siamo allo Stadio Euganeo di Padova.

Venerdì a Padova succedeva un po’ di tutto: concerto degli Afterhours allo Sherwood Festival, apertura del Pride Village. Son quelle cose che ti fanno ben sperare che nel tuo paese, tutto sommato, qualcosa di buono ci sia. Finché non leggi le ultime minchiate di Giovanardi e i tasselli del puzzle si risistemano al loro posto come per incanto.

Entriamo allo Sherwood (che noi andiamo ai festival fighi di sinistra, mica a quelli commericali…) inseguendo il botteghino giusto, e andiamo a spararci un kebab e una birra in attesa degli amici.
Faccio appena in tempo a considerare che mi ero ripromessa di abbracciare il vegetarianesimo, al rientro dalle ferie, che il profumo della carne mi coglie alla sprovvista e manda affanculo le mie buone intenzioni.
Nel frattempo mi guardo intorno: le bancarelle sono ancora chiuse, di gente non ce n’è molta. Il cielo è grigiolino.
E il kebab è minuscolo e farcito quasi solo di verdura.
Ed è questo particolare, più che gli altri, a riempirmi di amarezza, perché non si scherza su certe cose.

Pian piano la situazione migliora: arrivano gli amici, il sole si apre un varco tra le nuvole, il piazzale si riempie.
E alle 10 si comincia.

Ho sempre invidiato, ai concerti, quei seguaci di un gruppo/cantante che alla prima nota hanno già riconosciuto un brano, e dall’inizio alla fine della scaletta non smettono di gorgheggiare a tema. Io sono un po’ più imprecisa: spesso non riconosco i pezzi se non dopo due strofe, oppure individuo la canzone e tra me e me esulto “questa è… questa è… quella bella!”. Canto i ritornelli sbagliando le parole, e per non farmi sgamare dagli altri fans fingo di tossire rumorosamente.
In questo caso la mia ignoranza è amplificata dal fatto che l’ultimo album non l’avevo mai ascoltato prima di venerdì. Si prospetta una lunga attesa delle greatest hits.

La band prende posizione sul palco e inizia a snocciolare i suoi pezzi tratti da Padania.
Visto che non posso partecipare attivamente alla cosa, un po’ ascolto e un po’ mi soffermo ad osservare l’aspetto fisico dei menestrelli.
Scenograficamente parlando, il componente più interessante del gruppo è Xabier Iriondo, padre basco e madre milanese. Sembra un gringo appena sbucato da un ranch sulla Sierra Nevada, o uno dei Grinderman di Nick Cave:

 
xabier iriondo

Il giovine ha una presenza scenica tutta sua: quando non suona (raramente) se ne sta immobile a braccia conserte con lo sguardo scazzato. Quando imbraccia la chitarra, però, scarica nell’aria note rabbiose dense come fango e taglienti come i famosi coltelli Miracle Blade. E’ lui a dare corpo ai suoni della band.

Manuel Agnelli, invece, secondo me si sta palestrando, perché sfoggiava dei pettorali di tutto rispetto. Ormai ha i capelli lunghissimi, da vero e proprio Messia del rock. Ma, ahimè, la tentazione di urlargli “Quando ricominciano i corsi di Pozioni?”

 
manuel piton

è fortissima. Per fortuna resisto.

Il mio belloccio preferito di turno, invece, Roberto Dell’Era, colui con cui ho fantasticato di trascorrere torbide notti di sesso sfrenato, si è inquartato come un bove. E poi ho fatalmente deciso che mi sta sulle palle perché indossa continuamente gli occhiali da sole, e questo fa di lui un tamarro, ed io coi tamarri non voglio averci nulla a che fare:

  roberto dell'era

Tornando alla musica: la scaletta, all fine, non è male affatto. I pezzi nuovi son belli, e i vecchi successi, ben riarrangiati, fanno saltar su tutti come se fossimo stati morsi da una tarantola. Ad un certo punto viene invitato sul palco Giulio Favero del Teatro degli Orrori, e il ritmo si impenna in un crescendo vorticoso. Cresce anche il pogo e si innesca qualche tafferuglio, ma niente di che. Un brano via l’altro, e ricordo perché io ami questo gruppo. Che a volte me lo dimentico, ma in realtà hanno scritto delle canzoni davvero notevoli. Altre meno, ok, ma alcune… be’, son davvero bellissime. 
E poi cosa puoi dire di uno che dà corpo alla frase “voglio un pensiero superficiale che renda la pelle splendida” se non che è un genio? 
Terminato il blocco delle canzoni, escono e rientrano per i bis. E poi ancora. E ancora. E ancora. Insomma, alla fine dobbiamo impallinarli perché smettano di uscire, ché altrimenti saremmo ancora tutti lì a cantare, sfiniti, sotto il sole.

Il rientro tra le bancarelle ormai apertissime regala soddisfazioni: compro un pingue sacchettino di frutta secca pralinata (che, per inciso, si papperà quasi per intero il Coinquilino, giacché quella golosa sono IO) e il vestitino più bello del mondo. C’è un sacco di gente in giro, a bere bira e ballare e fumare marijuana.

Ah!, penso mentre, masticando con sommo godimento una mandorla dolce, mi dirigo verso l’uscita, che bella serata! Che bel concerto, che belle energie, che estivo relax!

L’amara, dura, semplice verità, però, è che avrei preferito di gran lunga andare a vedere i Cure a Milano il giorno dopo. Grrrr.

 
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Pubblicato da su 9 luglio 2012 in recensioni

 

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