RSS

Archivi categoria: pensieri sparsi

La mano sul ginocchio

La sua mano appoggiata sul mio ginocchio sinistro, mentre guida verso casa.
Il tocco familiare, caldo, che saprei riconoscere anche ad occhi chiusi.
Inconfodibilmente suo.
Stiamo in silenzio, mentre andiamo verso un cielo plumbeo. La radio che fa da sottofondo.

È solo allora che sai di aver trovato qualcuno davvero speciale: quando puoi chiudere quella cazzo di bocca per un momento e condividere il silenzio in santa pace

E così, pacificata dal tocco gentile di quella mano, osservo il degradare delle colline, i vitigni che scorrono veloci.
E penso a quelle altre mani che si sono appoggiate su quello stesso ginocchio: mani allegre, mani spavalde, mani lascive, mani malinconiche, mani non innamorate, mani passate ma non dimenticate.
Ognuna con la sua storia, ciascuna, per qualche momento, per qualche motivo, parte di me.

 
2 commenti

Pubblicato da su 7 maggio 2012 in pensieri sparsi

 

Tag:

Rien ne va plus

fold

Il 29 marzo 1999 sedevo seminuda su una panchina di Padova, schiuma da barba nei capelli e una bottiglia di vino a mò di bombola da sub, mentre gli amici festanti intonavano “dottore dottore dottore del buso del cul vaffancul vaffancul” (barbara usanza molto comune da queste parti).

Il giorno dopo mi sentivo sospesa su una nuvoletta, la testa piena di elio, e un sacco di incertezze nel cuore.

Iniziai a mandare in giro curricula, che la maggior parte delle volte non avevano alcun riscontro.

Presa dallo sfinimento e dalla voglia di fare qualcosa, me ne andai a far panini al Mc Donald’s dietro Piazza San Marco. Il lavoro era divertente, nelle ore di punta non si riusciva a star quasi dietro al flusso di turisti, pulire il bagno era un’agonia (non vi dico cos’hanno visto i miei occhi, bluargh!), ma eravamo tutti giovani, eravamo a Venezia, bevevo milkshake ogni santo giorno e mi son fatta pure il Redentore a sbafo, tiè.

Seguì una gestazione di nove mesi in una compagnia d’assicurazioni. Ero a dir poco negata per quel lavoro. E contando che in quell’ambito si campa solo con le provvigioni, il conto è presto fatto. Fortuna che la mia capa mi passava qualche contratto per coprire almeno le spese della benzina.

L’estate successiva facevo la centralinista presso un corriere espresso. Lavoro non male, ambiente di pazzi. Ogni giorno tornavo a casa verde in faccia, avevo degli orari tremendi, le colleghe erano piacevoli come afte in bocca, tanto che le sorellastre di Cenerentola, al confronto, ne escono come due sante donne, e i padroni della baracca due idioti.
Ma mi son data una svegliata clamorosa.

In settembre, dopo essere stata licenziata (con un mese di contributi in meno, il danno e la beffa), ho re-iniziato con richieste, concorsi, colloqui, tra cui quelli da sogno: Feltrinelli e Alitalia. Il primo non andò benissimo, il secondo invece sì. E anche gli altri. Nel mezzo delle proposte di lavoro che finalmente stavano iniziando a fioccare, ecco arrivare una chiamata.

Casinò di Venezia, 2 novembre 2000. Inizio a lavorare nell’ufficio in cui sono tuttora.
Mi abituo ai turni, trovo dei colleghi simpatici, ho un buon stipendio e ferie in quantità.
L’azienda è, in sé, strana: troppa politica, un’organizzazione dei dipendenti che assomiglia molto al sistema indiano delle caste, un’avidità soffusa che permea tutti gli strati.
Ma le cose van bene e c’è modo di crescere e starsene tutti pacifici e satolli.

Finché inizia la crisi.
Il bilancio comunale si aggrava, non si fanno investimenti. Le risorse vengono pian piano dilapidate, si iniziano a prospettare periodi duri e alternative non felici.

Fino a giungere alla situazione attuale: lo spettro della privatizzazione. O meglio, subconcessione, perché la proprietà deve rimanere comunale.
Ipotesi che porta con sé un sacco di incertezze: occupazionali e salariali in primis, e poi chissà cos’altro c’è a bollire davvero in pentola.
Aggiungo solo che non c’è alcuna forma di amortizzazione sociale prevista dal nostro ente previdenziale, che la discussione sull’articolo 18 non fa che aggiungere fumo, e che l’attuale scenario lavorativo non lascia ben sperare (il miracolo eonomico del Nordest è più che un lontano miraggio).

In sintesi, la parabola è chiara, e mette amarezza: perché l’andazzo è fin troppo noto, perché la mala gestione della cosa pubblica (o quasi) non fa che ricadere su chi lavora. Certo, non mi aspetto che noi lavoratori del Casinò otteniamo la stessa simpatia degli operai della Vinyls, per dire. Ma siamo comunque 600 persone che rischiano molto. E se mi può star bene rinunciare ad una parte del mio stipendio o delle mie ferie, perdere il mio posto di lavoro mi metterebbe in una situazione certamente più difficile.

Sto cercando di ragionare sul da farsi, a metà fra il pessimismo e la fiducia nelle mie capacità.
Sto pensando di iniziare a mandare in giro curricula, ma non per questo voglio mollare il colpo.

Insomma, ho paura, ma provo a rilanciare.
E a chi mi dice che il posto fisso è cosa superata, sputazz sputazz.

 
20 commenti

Pubblicato da su 16 marzo 2012 in bilanci, frugalità, pensieri sparsi

 

Tag: , ,

This must be the place

spinea

Lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate.

Lasciate ogni speranza di vedere una campagna calda come quella toscana, ville venete fastose, edifici moderni degni dei migliori architetti d’avanguardia.
Vivere in un paese come quello in cui abito significa abituarsi alla bruttezza.
Ed è un peccato, perché di potenzialità, nascoste tra le stradine, dietro alberi sbilenchi o condomini scrostati, ce ne sarebbero molte.

A girovagare per le vie della mia cittadina, si possono scorgere i diversi strati delle differenti epoche di colon-urbanizzazione spiaccicati l’uno sull’altro come mani di intonaco passate male. E così, si alternano dimore patrizie lasciate più o meno andare, o risistemate dalle furbe mani dei ristrutturatori che le hanno porzionate in “prestigiosi appartamenti in barchessa, finiture di lusso”; basse casette monofamiliari che ancora grondano il sudore di chi, negli anni ’50-’60, se le è tirate su per portar via la famiglia da abitazioni sovraffollate; e i brutti palazzi di edilizia popolare edificati in tutta fretta negli anni ’70 per i veneziani in fuga e gli operai di una Porto Marghera in piena espansione.
Dopo un po’ di anni di fermo, ora ruspe e gru hanno ripreso ad andare, con esiti abbastanza interlocutori. Soprattutto viene da chiedersi perché si continui a costruire, visto che c’è molto di invenduto, se il sostantivo “piazza” possa essere attribuito ad un rettangolo di 15 metri quadrati incastonato tra migliaia di metri cubi di negozi e uffici, e se le due strade che sezionano il paese longitudinalmente bastino a gestire i serpentoni di traffico che si snodano nelle ore di punta, quando tutto e tutti, per ragioni varie, se ne vanno altrove.

Ho sempre pensato che me ne sarei voluta andare a tutti i costi da un posto così, che sarei voluta vivere in una città più grande, più bella, come Bologna o Londra.

Ora, penso che, a meno che George Clooney non mi veda girare per Venezia durante la prossima mostra del cinema, non si innamori perdutamente di me (ed io di lui) e non mi porti con sé a New York, dove Quentin Tarantino, conoscendomi ad un party esclusivo al Waldorf Astoria, non rimanga così folgorato dalla mia beltà e dalla mia perspicace ironia da fare di me la sua nuova Musa, al confronto della quale Uma Thurman diventerebbe una sciacquetta senza arte né parte, insomma, se non dovesse verificarsi tutta questa serie di improbabili eventi, credo che me ne rimarrò qui.
E non lo dico con rassegnazione, ma con tranquillità.
Perché l’aria di provincia, tutto sommato, non mi dispiace.
Diciamo solo che un po’ più di bellezza non guasterebbe, ecco.

Mio padre racconta con un certo divertimento delle “villette a schiera” in cui abitava da bambino; ma dietro a questa patina di leggerezza si nasconde una vita di povertà che a fatica posso immaginare. Chilometri a piedi per andare a scuola, in otto in due stanze, polenta a pranzo e cena, e quel che latitava dal tavolo lo si recuperava con qualche furtarello nei campi del vicino. Nessuno poteva tirarsi indietro dal darsi da fare per la sopravvivenza della famiglia, anche se questo poteva significare mettere da parte la propria dignità, la propria indipendenza, andare a lavorare giovanissimi, e anche sacrificarsi sull’altare di un matrimonio palesemente sbagliato, pur di uscire di casa.

Sono stata a visitare la casa in cui abitava la famiglia paterna, ed è ancora lì, lasciata a se stessa, inerme.
Fino a quando non verrà demolita, o data in pasto al primo costruttore che ne farà la prossima immancabile serie di appartamenti confortevoli in contesto tranquillo (vista sul passante non dichiarata).

Morale della storia: la modernità è una truffa.
Conclusione del cazzo, ma l’unica possibile.
Amen.

Ricetta del giorno: Polenta
E ora mi tocca ammettere che io la polenta non la so fare, mannaggia.
E tra l’altro, provengo da due scuole diametralmente opposte: quella paterna, che apprezza una polenta dura e grossolana, che quand’è cotta si stacca da sola dal paiolo di rame formando un monoblocco che sta in piedi da sé; e quella materna, più liquida, tipo la polenta che si serve con le schiette in umido. Un insulto, per chi ami la veracissima polenta casereccia.
La polenta può essere altresì bianca o gialla (bramata, ma non nel senso di desiderata), a seconda della farina utilizzata.
Insomma, come si fa la polenta? In un paiolo di rame far bollire tot litri di acqua salata. Quando questa sarà pronta, versare la farina di mais a pioggia, un po’ alla volta, mescolando energicamente e senza soluzione di continuità con una frusta metallica. Quando si sarà ottenuta la consistenza desiderata meno un pochettino (occhio che con la farina bramata gialla conviene stare un po’ indietro sennò diventa troppo cementosa), lasciar cuocere la polenta per un tot di tempo, tipo 45 minuti, non di meno altrimenti rimane cruda e fa male al pancino, rimestando di tanto in tanto con quell’utensile di legno che sicuramente ha un nome preciso ma che ora mi sfugge.
Versare su un tagliere di legno di forma tonda. Sempre che non si sia optato per una consistenza più molle, nel qual caso è meglio scegliere una terrina onde evitare fastidiose colate lungo i bordi.
In passato, la polenta veniva tagliata con uno spago.
Ora, fate un po’ quello che volete, o voi bamboccioni dotati di ogni comodità.

 
14 commenti

Pubblicato da su 30 gennaio 2012 in bilanci, frugalità, pensieri sparsi

 

Tag: , , , , ,

Pensieri sparsi

IMG_4092
 (Fantasmi a Bassano)

1. Tanta voglia di lei
Questa canzone mi ha sempre fatto venire un nervoso ma un nervoso…”Mi dispiace di svegliarti forse un uomo non sarò… ma ad un tratto so che devo lasciarti…”.
E vabbè, te la sei scopata e ora, carico di sensi di colpa, stai cercando di scappare con le mutande in mano, adducendo scuse puerili, del tipo”io la amo, io non posso stare senza di lei, senti maaaa…”.
Ma prenderti le tue responsabilità e/o andare a cagare no?
Una manica di legnate gli darei, se fossi l’amante. E anche se fossi la morosa/moglie/compagna.
Stronzo.

2. Foto
Da quando ho la reflex mi sembra di non saper più fotografare. Un po’ frustrante come sensazione. Il fatto è che son sempre stata molto impreparata tecnicamente, e ora tutti i miei limiti stanno venendo a galla come bolle di zolfo dal fondo di uno stagno. E poi, presa come sono a cercare, per ogni scatto, la giusta combinazione tempi/diaframmi/ISO, perdo di vista il soggetto e faccio delle foto davvero banali. Panico.

3. Fragilità
Fisicamente son come una banderuola al vento. Letteralmente: mi basta il minimo colpo di freddo che mi trovo a sgocciolare muco da ogni dove. Il che, oltre alle prevedibili noie strutturali, mi impedisce di dedicarmi con continuità ai miei progetti, preferendo spalmarmi su un divano per prendermi un po’ cura di me. Forse dovrei iniziare un po’ di prevenzione, imbottirmi di vitamine, come suggerisce la madre. Che palle.

4. Libro
Ho iniziato finalmente a scrivere una cosa che avevo in testa da molto: il mio libro per bambini, il nuovo capolavoro della letteratura per ragazzi che, una volta pubblicato, salirà in tempi record alle vette delle classifiche cancellando dall’immaginario collettivo quel certo maghetto sfigato… coso, là.
Però l’ispirazione va e viene, e dopo essere partita di slancio eccomi già in preda la blocco dello scrittore.
Grugef (mi rivolgo soprattutto a te per ovvie ragioni), hai qualche consiglio?

5. Casa
Vorrei tanto fare un bel make up al mio appartamento: per quanto mi piaccia, vorrei dargli una patina più sofisticata e radical-chic. Oppure, diventare arredatrice. A scelta.

6. Sei
Ho sempre pensato che, per una cena, il numero perfetto di commensali sia, appunto, sei.
Di sestetti ne ho sperimentati un sacco, ma solo ultimamente ho trovato la combinazione perfetta, l’alchimia che va da sè, liscia come l’olio, la fusione di sei personalità assolutamente compatibili e in grado di interagire in maniera stimolante, profonda, divertente. Un background comune e interessi che si mixano alla perfezione fanno un cocktail micidiale, che il mojito, al confronto, è acqua fresca. Tsk.

7. Murakami
L’ultimo romanzo è abbastanza una cagata. Però, ti tiene incollato alle pagine in una maniera così ipnotica che mi viene da chiedermi perché.
Perché, insomma, alcuni libri ti imprigionano nelle loro maglie e altri, nonostante una trama convincente, ti lasciano freddino? E’ una questione di stile? E che cacchio è ‘sto stile?
A proposito, Il signore degli anelli (libro) non mi piace nemmeno un po’.

8. Cucina
Ormai sono la regina delle spezie. Datemi una radice di zenzero e vi solleverò il mondo.

9. Darkness
Una sera, degli amici mi hanno parlato di questo film descrivendolo come “la cosa  più terrorizzante che abbiamo mai visto in vita nostra, ti giuro, non puoi capire, devi guardarlo”.
Da quando vivo sola, mi sono ripromessa di non guardare più film dell’orrore, onde evitare di trascorrere le mie notti a fare la ronda per casa, a piedi nudi e con la racchetta in mano, alla ricerca di spiriti maligni e zombie sotto il letto. Eppure, in un impeto di incoscienza, questo me lo son visto. E da due settimane non giro più per casa senza avere una lucina accesa.

10. 21-12-2012
Qui lo dico e qui lo nego: io ci credo, alla profezia maya. Non credo che finirà il mondo, troppo facile. Ma che accadrà qualcosa di epocale sì.
Forse in quella data verrà pubblicato il mio romanzo (vedi punto 4)?
Ai post l’ardua sentenza.

11. Fabrizio Bentivoglio
Averlo conosciuto quand’era giovane… ♥
(anche se, pure adesso, voglio dire, eh!)

Ricetta del giorno: Insalata “vorrei, e posso. Eccome se posso. Muahahahahah!”

In una ciotola, predisporre un fondo di misticanza. Tagliare a fettine sottili del lime, delle mele (io suggerisco le renette, anche se anneriscono al solo sguardo, ma il gusto è insuperabile), e incorporarle all’insalata. Versare a pioggia delle arachidi tritate. A piacere, anche dei semi di papavero che danno un tocco fusion. Condire con sale e olio; io ci aggiungerei anche un filo di glassa all’aceto balsamico.
Ottima e digestiva.

 
20 commenti

Pubblicato da su 16 gennaio 2012 in pensieri sparsi

 

Tag: , , , , , , ,

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: