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Archivi categoria: frugalità

I 10 lavori che vorrei fare

lavoro

Vista la crisi internazionale e l’assetto incerto del mercato del lavoro, stavo seriamente pensando a come potrei riciclarmi se le condizioni lo richiedessero. E quindi, ecco la nuova, immancabile lista che rivitalizzerà questo blog dopo la lunga e scazzata (ma senza sensi di colpa) pausa estiva. Ossia, come recita il titolo: le dieci professioni che sceglierei se dovessi cambiare lavoro ora:

1. Scrittrice professionista, ovviamente. Peccato che il mio ritmo di produzione sia tornato ai minimi termini. Non potrò mai esibire tomoni con scadenza ravvicinata e un po’ marchettara come il buon vecchio Stephen. Ahimè.

2. Copywriter e inventrice di nomi per i nuovi gelati Algida (Provate il nostro Algida Diva, il classico Mare Magnum, e il nuovissimo Fior di Fregola!)

3. Sceneggiatrice di puntate dei Simpson. Ma magari! Non so se sarei all’altezza, però, bah.

4. Sceneggiatrice di sitcom americane. O almeno, quella che decide in quali momenti vadano piazzate le risate registrate.

5. La Nuova Musa di Quentin Tarantino, dopo che Uma si è definitivamente sputtanata con la pubblicità della Schweppes.

6. Travel blogger, professione che mi permetterebbe di unire l’amore per i viaggi a quello per la scrittura e quello per la fotografia. Aggratis, per giunta.

7. Curatrice delle raccolte che, puntuali come la Morte, ogni settembre escono in edicola: avrei un sacco di idee interessanti da proporre, come ad esempio la Storia delle piastrelle, da molti ignorata.
Solo che ‘sta cosa fa un po’ troppo Lillo e Greg.

8. Tenutaria di b&b o ostello. Ogni volta che adocchio un edificio vagamente colonico e decisamente in rovina, inizio a sognare di trasformarlo in un’oasi di accoglienza e ospitalità, dallo stile un po’ hippie ma non punkabbestia, informale ma non trascurato, meta di viaggio di persone interessanti e dalle mille storie da raccontare. Che poi ovviamente riciclerei per i miei libri (vedi punto 1).

9. Assaggiatrice fusion vegana. Gli chef contemporaneisti dovranno pur sperimentare le nuove ricette su qualcuno, no? E allora eccomi qua! Perché fusion vegana, comunque? Boh. Però dicono che avere una specializzazione sia sempre utile, e quindi…

10. La conduttrice di qualche trasmissione di Real Time. E’ un posto che mi spetta di diritto, vista la frequenza con cui mi faccio lobotomizzare dai loro programmi.


Piatto del giorno: Pannocchia arrostita low cost
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Rubare una pannocchia dal campo dei vicini. Arrostirla sotto il sole (quest’estate sarebbe stato possibilissimo). Bagnarla in acqua di mare e lasciarla asciugare all’aria. Ungere con una veloce passatina sulla testa di Carlo Conti.
Per abituarsi alla frugalità, che non si sa mai.

 
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Pubblicato da su 9 settembre 2012 in frizzi e lazzi, frugalità, lavoro e società

 

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Rien ne va plus

fold

Il 29 marzo 1999 sedevo seminuda su una panchina di Padova, schiuma da barba nei capelli e una bottiglia di vino a mò di bombola da sub, mentre gli amici festanti intonavano “dottore dottore dottore del buso del cul vaffancul vaffancul” (barbara usanza molto comune da queste parti).

Il giorno dopo mi sentivo sospesa su una nuvoletta, la testa piena di elio, e un sacco di incertezze nel cuore.

Iniziai a mandare in giro curricula, che la maggior parte delle volte non avevano alcun riscontro.

Presa dallo sfinimento e dalla voglia di fare qualcosa, me ne andai a far panini al Mc Donald’s dietro Piazza San Marco. Il lavoro era divertente, nelle ore di punta non si riusciva a star quasi dietro al flusso di turisti, pulire il bagno era un’agonia (non vi dico cos’hanno visto i miei occhi, bluargh!), ma eravamo tutti giovani, eravamo a Venezia, bevevo milkshake ogni santo giorno e mi son fatta pure il Redentore a sbafo, tiè.

Seguì una gestazione di nove mesi in una compagnia d’assicurazioni. Ero a dir poco negata per quel lavoro. E contando che in quell’ambito si campa solo con le provvigioni, il conto è presto fatto. Fortuna che la mia capa mi passava qualche contratto per coprire almeno le spese della benzina.

L’estate successiva facevo la centralinista presso un corriere espresso. Lavoro non male, ambiente di pazzi. Ogni giorno tornavo a casa verde in faccia, avevo degli orari tremendi, le colleghe erano piacevoli come afte in bocca, tanto che le sorellastre di Cenerentola, al confronto, ne escono come due sante donne, e i padroni della baracca due idioti.
Ma mi son data una svegliata clamorosa.

In settembre, dopo essere stata licenziata (con un mese di contributi in meno, il danno e la beffa), ho re-iniziato con richieste, concorsi, colloqui, tra cui quelli da sogno: Feltrinelli e Alitalia. Il primo non andò benissimo, il secondo invece sì. E anche gli altri. Nel mezzo delle proposte di lavoro che finalmente stavano iniziando a fioccare, ecco arrivare una chiamata.

Casinò di Venezia, 2 novembre 2000. Inizio a lavorare nell’ufficio in cui sono tuttora.
Mi abituo ai turni, trovo dei colleghi simpatici, ho un buon stipendio e ferie in quantità.
L’azienda è, in sé, strana: troppa politica, un’organizzazione dei dipendenti che assomiglia molto al sistema indiano delle caste, un’avidità soffusa che permea tutti gli strati.
Ma le cose van bene e c’è modo di crescere e starsene tutti pacifici e satolli.

Finché inizia la crisi.
Il bilancio comunale si aggrava, non si fanno investimenti. Le risorse vengono pian piano dilapidate, si iniziano a prospettare periodi duri e alternative non felici.

Fino a giungere alla situazione attuale: lo spettro della privatizzazione. O meglio, subconcessione, perché la proprietà deve rimanere comunale.
Ipotesi che porta con sé un sacco di incertezze: occupazionali e salariali in primis, e poi chissà cos’altro c’è a bollire davvero in pentola.
Aggiungo solo che non c’è alcuna forma di amortizzazione sociale prevista dal nostro ente previdenziale, che la discussione sull’articolo 18 non fa che aggiungere fumo, e che l’attuale scenario lavorativo non lascia ben sperare (il miracolo eonomico del Nordest è più che un lontano miraggio).

In sintesi, la parabola è chiara, e mette amarezza: perché l’andazzo è fin troppo noto, perché la mala gestione della cosa pubblica (o quasi) non fa che ricadere su chi lavora. Certo, non mi aspetto che noi lavoratori del Casinò otteniamo la stessa simpatia degli operai della Vinyls, per dire. Ma siamo comunque 600 persone che rischiano molto. E se mi può star bene rinunciare ad una parte del mio stipendio o delle mie ferie, perdere il mio posto di lavoro mi metterebbe in una situazione certamente più difficile.

Sto cercando di ragionare sul da farsi, a metà fra il pessimismo e la fiducia nelle mie capacità.
Sto pensando di iniziare a mandare in giro curricula, ma non per questo voglio mollare il colpo.

Insomma, ho paura, ma provo a rilanciare.
E a chi mi dice che il posto fisso è cosa superata, sputazz sputazz.

 
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Pubblicato da su 16 marzo 2012 in bilanci, frugalità, pensieri sparsi

 

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This must be the place

spinea

Lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate.

Lasciate ogni speranza di vedere una campagna calda come quella toscana, ville venete fastose, edifici moderni degni dei migliori architetti d’avanguardia.
Vivere in un paese come quello in cui abito significa abituarsi alla bruttezza.
Ed è un peccato, perché di potenzialità, nascoste tra le stradine, dietro alberi sbilenchi o condomini scrostati, ce ne sarebbero molte.

A girovagare per le vie della mia cittadina, si possono scorgere i diversi strati delle differenti epoche di colon-urbanizzazione spiaccicati l’uno sull’altro come mani di intonaco passate male. E così, si alternano dimore patrizie lasciate più o meno andare, o risistemate dalle furbe mani dei ristrutturatori che le hanno porzionate in “prestigiosi appartamenti in barchessa, finiture di lusso”; basse casette monofamiliari che ancora grondano il sudore di chi, negli anni ’50-’60, se le è tirate su per portar via la famiglia da abitazioni sovraffollate; e i brutti palazzi di edilizia popolare edificati in tutta fretta negli anni ’70 per i veneziani in fuga e gli operai di una Porto Marghera in piena espansione.
Dopo un po’ di anni di fermo, ora ruspe e gru hanno ripreso ad andare, con esiti abbastanza interlocutori. Soprattutto viene da chiedersi perché si continui a costruire, visto che c’è molto di invenduto, se il sostantivo “piazza” possa essere attribuito ad un rettangolo di 15 metri quadrati incastonato tra migliaia di metri cubi di negozi e uffici, e se le due strade che sezionano il paese longitudinalmente bastino a gestire i serpentoni di traffico che si snodano nelle ore di punta, quando tutto e tutti, per ragioni varie, se ne vanno altrove.

Ho sempre pensato che me ne sarei voluta andare a tutti i costi da un posto così, che sarei voluta vivere in una città più grande, più bella, come Bologna o Londra.

Ora, penso che, a meno che George Clooney non mi veda girare per Venezia durante la prossima mostra del cinema, non si innamori perdutamente di me (ed io di lui) e non mi porti con sé a New York, dove Quentin Tarantino, conoscendomi ad un party esclusivo al Waldorf Astoria, non rimanga così folgorato dalla mia beltà e dalla mia perspicace ironia da fare di me la sua nuova Musa, al confronto della quale Uma Thurman diventerebbe una sciacquetta senza arte né parte, insomma, se non dovesse verificarsi tutta questa serie di improbabili eventi, credo che me ne rimarrò qui.
E non lo dico con rassegnazione, ma con tranquillità.
Perché l’aria di provincia, tutto sommato, non mi dispiace.
Diciamo solo che un po’ più di bellezza non guasterebbe, ecco.

Mio padre racconta con un certo divertimento delle “villette a schiera” in cui abitava da bambino; ma dietro a questa patina di leggerezza si nasconde una vita di povertà che a fatica posso immaginare. Chilometri a piedi per andare a scuola, in otto in due stanze, polenta a pranzo e cena, e quel che latitava dal tavolo lo si recuperava con qualche furtarello nei campi del vicino. Nessuno poteva tirarsi indietro dal darsi da fare per la sopravvivenza della famiglia, anche se questo poteva significare mettere da parte la propria dignità, la propria indipendenza, andare a lavorare giovanissimi, e anche sacrificarsi sull’altare di un matrimonio palesemente sbagliato, pur di uscire di casa.

Sono stata a visitare la casa in cui abitava la famiglia paterna, ed è ancora lì, lasciata a se stessa, inerme.
Fino a quando non verrà demolita, o data in pasto al primo costruttore che ne farà la prossima immancabile serie di appartamenti confortevoli in contesto tranquillo (vista sul passante non dichiarata).

Morale della storia: la modernità è una truffa.
Conclusione del cazzo, ma l’unica possibile.
Amen.

Ricetta del giorno: Polenta
E ora mi tocca ammettere che io la polenta non la so fare, mannaggia.
E tra l’altro, provengo da due scuole diametralmente opposte: quella paterna, che apprezza una polenta dura e grossolana, che quand’è cotta si stacca da sola dal paiolo di rame formando un monoblocco che sta in piedi da sé; e quella materna, più liquida, tipo la polenta che si serve con le schiette in umido. Un insulto, per chi ami la veracissima polenta casereccia.
La polenta può essere altresì bianca o gialla (bramata, ma non nel senso di desiderata), a seconda della farina utilizzata.
Insomma, come si fa la polenta? In un paiolo di rame far bollire tot litri di acqua salata. Quando questa sarà pronta, versare la farina di mais a pioggia, un po’ alla volta, mescolando energicamente e senza soluzione di continuità con una frusta metallica. Quando si sarà ottenuta la consistenza desiderata meno un pochettino (occhio che con la farina bramata gialla conviene stare un po’ indietro sennò diventa troppo cementosa), lasciar cuocere la polenta per un tot di tempo, tipo 45 minuti, non di meno altrimenti rimane cruda e fa male al pancino, rimestando di tanto in tanto con quell’utensile di legno che sicuramente ha un nome preciso ma che ora mi sfugge.
Versare su un tagliere di legno di forma tonda. Sempre che non si sia optato per una consistenza più molle, nel qual caso è meglio scegliere una terrina onde evitare fastidiose colate lungo i bordi.
In passato, la polenta veniva tagliata con uno spago.
Ora, fate un po’ quello che volete, o voi bamboccioni dotati di ogni comodità.

 
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Pubblicato da su 30 gennaio 2012 in bilanci, frugalità, pensieri sparsi

 

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Io non cinguetto

tweety

Io ci ho provato, per la mia solita curiosità, ad aprire un account su Twitter.
Ho visto che c’erano degli amici, ho cercato un po’ di personaggi che mi piacciono.
Ho girellato un po’, letto due cose.
Perplessa.
E, in breve tempo, ho deciso che non me ne può fregare di meno, sì ma no, grazie.
E così mi sono messa a pensare che a volte un passo indietro, o meglio, un non-passo in avanti, può rendersi necessario, perché tutto sommato chissenefrega di essere sempre aggiornati sulle ultime tendenze/novità del momento.
E’ sempre per questo motivo che nel mio salotto troneggia un ancora perfettamente funzionante televisore a tubo catodico.
Che leggo i libri in formato cartaceo e che l’idea di sfogliare pagine virtuali su un e-book reader mi lascia francamente perplessa. Cioè, vuoi mettere il profumo, la consistenza della carta, la tangibilità della parola scritta con inchiostro vero e non elettronico?
Che il mio cellulare è di modello discutibile e ha delle funzionalità limitate; sempre più di quante non mi servano, di molto inferiori ai modelli di tendenza.
Decrescere, o crescere meno, permette di non gettare via cose ancora funzionanti, di non rincorrere pseudo-offerte imperdibili, di non farsi prendere da un circolo vizioso tipo: questo non ce l’ho e non mi manca – ma sì, dai, lo prendo – cazzo, mi è assolutamente necessario!
Insomma, a volte less is more, secondo me.
Magari mi perderò un sacco di cose, ma magari anche no, chi lo sa?

(nel mio percorso tra i social network, sto tornando a pieno regime ad un’affezione per il blog, lasciando gradualmente perdere quel guazzabuglio che è facebook. Che mi diverte anche, per carità, ma la casa-blog è un’altra cosa)

Ricetta del giorno: Il piatto riscaldato
Anche in cucina non si butta via niente. E quindi, perché non riciclare gli avanzi e scaldarli, o trasformarli nella loro sostanza, aggiungendo qualcosa o togliendo qualcos’altro?
Esempio: pasta avanzata –> o la si mangia così, oppure con due uova si può fare una bella frittatona. Oppure, la si ripassa in forno gratinandola.
Da qualsiasi avanzo, comunque, si può creare una frittata.
L’importante è tenere sempre delle uova in frigo.
Cosa che io, per inciso, faccio raramente.
Con il pane vecchio, si può fare una zuppa di pane, o la pinza.
Carne –> polpette.
Verdura –> risotto.

Insomma, basta poco per soddisfare la vostra fame e il vostro stomaco. E anche il bidone dell’umido vi ringrazierà!

 
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Pubblicato da su 20 gennaio 2012 in frugalità

 

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C’è grossa crisi

Volevo dire al mondo al mondo e a tutti gli amici in ascolto che in queste ore drammatiche stanno passando tutti quanti una grossa crisi; c’è grossa crisi, c’è molto egoismo, c’è molta violenza; qua non sappiamo più quando stiamo andando su questa terra, qua non sappiamo più quando stiamo facendo: stai miagolando nel buio, vai a dentoni. Ti chiedi il come mai, ti chiedi il quasi quasi, dove nel mondo? chi?, come? perchè? quando? Dov’è la risposta? La risposta non la devi cercare fuori, la risposta è dentro di te, e però è sbagliata.   

E vabbè, io c’avrò anche grossa crisi, ma se voi state meglio di me alzate la mano.
E’ tempo di austerity, di recessione, di chiappe aperte e febbre (emorroidale) da attesa.
E’ tempo di tirare la cinghia, e anche i cordoni del sacco di Babbo Natale quest’anno si apriranno pochetto.
La tredicesima sarà più ricca, ma quel che la mano destra dà, la sinistra toglie a sganassoni.
Insomma, per non farmi trovare impreparata, io sto già sperimentando la frugalità nei modi e nelle abitudini, anche e soprattutto in cucina.

La ricetta della settimana è semplice ed economica. Ha un moderato valore nutritivo, un aspetto mediamente invitante e un gusto che può piacere o anche no, per non parlare della consistenza. Insomma, un piatto controverso che ha portato più e più persone alla dispepsia, alla prostrazione, al satanismo e/o a votare PDL.
Io, però, lo suggerisco senza indugi: il suo potere di scaldare pance ed animi è impagabile.
Quand’ero piccola, la mia mamma me lo preparava spesso.
Quando ho acquistato l’uso della ragione, me ne sono emancipata.
Ora (sarà che sto invecchiando, sarà che c’ho avuto l’influenza, sarà quel che sarà) lo sto riapprezzando.
E insomma, rullino i tamburi, trombino le squillo, ecco a voi:

IL SEMOLINO

zuppa

Ingredienti:
latte
semolino
sale

La preparazione è molto semplice, quasi elementare: si porti ad ebollizione del latte (un mezzo litro serve a produrre due porzioni), opportunamente salato.
Quando dal fondo inizieranno a salire delle piccole bolle (NO, non è un minipalombaro in esplorazione, NON lo state uccidendo, NON dovete svuotare tutto il pentolino nel lavabo per salvargli la vita), togliete il pentolino dal fuoco e versate a pioggia il semolino, mescolando energicamente con una frusta o un cucchiaio, fino a quando il composto non avrà ottenuto la consistenza desiderata.
Servite caldo, utilizzando le vostre migliori porcellane e a lume di candela, che fa un po’ “nobiltà decaduta”, ma che vi aiuterà un sacco a risparmiare sulla bolletta.

Varianti:
1. variante dolce: aggiungere al latte, oltre che il sale, anche dello zucchero, per una minestra più golosa.
2. variante gourmet: al termine della preparazione (non zuccherata) incorporare un cucchiaino di crema di tartufo: farete un figurone low cost.
3. variante salutista: adoperare del latte di soia anziché vaccino. Il vostro colon ringrazierà sentitamente.

P.s. Grazie a Corrando Guzzanti e a Quèlo. Per la citazione “rubata”, e non solo. Mi manchi. I love you.

 
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Pubblicato da su 30 novembre 2011 in frugalità

 

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