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Archivio mensile:ottobre 2012

Come nasce un viaggio? #3

valigia

Ok, lunedì finalmente si parte: destinazione Sicilia.
Quest’anno va a isole, chevvedevodì.
La guida (Mondadori, ovvio) è pronta, quella fai-da-te anche (e ne sono davvero orgogliona), aereo auto e b&b prenotati, tragitto ben chiaro in mente ma anche aperto ad una certa dose di improvvisazione (ma non troppo che altrimenti la psicopatica che è in me sclera), un sacco di dritte e aspettative alle stelle. Questo rientra proprio nei viaggi che piacciono a me: sarà itinerante, immerso nella storia e nella bellezza, sia architettonica che paesaggistica, e ricco di attrattive culinarie (che male non fanno).
Mi aspetto di tornare satolla, stanca e con le schede della fotocamera che traboccano di scatti. 
Nel frattempo, domani scatta l’ora X: l’appuntamento che non vorrei mai arrivasse, il momento che mi manda in crisi patocca. E non solo prima di un viaggio, ma proprio in assoluto.

Il terribile impacchettamento della valigia.

Fare la valigia ha un che di traumatico, per la sottoscritta: di per sé sarebbe un evento ricco di sottintesi piacevoli. E invece…
Fare la valigia mi mette di fronte a una buona parte dei miei limiti e delle mie fisime; vediamo quali:
– in primis, mi scontro con la disorganizzazione totale del mio armadio. Alcuni capi sono appesi fuori, altri sparpagliati nelle varie ante, la maggior parte ammassati sull’asse da stiro (in attesa che qualche pia mano provveda a ridar loro una forma plausibile). La ciliegina sulla torta, però, sono i calzini. Alcuni giorni fa era la giornata dell’outing; ecco, colgo l’occasione, anche se leggermente in ritardo, per fare la mia personale dichiarazione al mondo: io. Non. Appaio. I. Calzini.
Accade più o meno questo: li raccolgo dallo stendibiancheria, li metto tutti assieme, apro il cassetto dei calzini e lì li getto, assolutamente alla rinfusa. Benvenuti nel Purgatorio Nero, piccoli miei.
Quando me ne serve un paio, se sono fortunata trovo quelli un po’ più colorati, decisamente più facili da scovare e abbinare. Altrimenti, scatta il lunghissimo momento-memory: ne prendo due a caso, lancio loro una rapida occhiata e, se non corrispondono, li rigetto nella mischia. Ripetere l’operazione ad libitum fino a che la legge dei grandi numeri non fa il suo corso.
Ecco, fatto. L’ho detto. Ora mi sento decisamente più sollevata.
– il secondo momento topico riguarda la fase: che minchia mi porto via. Qui scatta davvero l’insicurezza totale: “allora, jeans, due paia – celo; magliette – solo due… mmm, e le altre? No, questa no, ho messo su pancia, questa è corta, questa non mi piace più, questa ha un colore che non si abbina a niente… Be’, passiamo alle camiciole – celo; e sopra le camiciole, se fa fresco? Felpa? – celo, ma non questa, che il bianco si sporca facilmente, questa è vecchia, questa ha una macchia… cazz… Prendiamo semmai quel golfino? Scarpe – allora, anfibi, sneakers e infradito. Un paio di tutto. E la scarpa un po’ più elegante? Mmm… naaa… o forse dovrei prenderla? Ci penso dopo. E una borsa basta o meglio due, tipo la nera e la marrone? E le collane? E…?”
Ecco, uno stillicidio senza fine che mi spinge a rivalutare decine di volte ciascun pezzo, mettendolo di volta in volta nel mucchio del sì, del no, del forse, fino a quando, presa da sfinimento, ammasso nel trolley un po’ di cose a caso, richiudo tutto senza guardare e non ci penso più.
E dire che basterebbe portare solo un asciugamano.
– il processo appena descritto innesca infine la sindrome da “non ho nulla da mettermi!”. Difficilissima da digerire, e con notevoli ripercussioni dal punto di vista dell’autostima. Consigliato starmi alla larga per un po’ e sequestrarmi la carta di credito, più o meno fino al ritorno.

Devo ammettere, comunque, che ultimamente sono molto migliorata dal punto di vista della mole di cose che porto con me: un po’ perché le condizioni delle compagnie aeree sono spesso così restrittive da non permettere particolari sbizzarrimenti; un po’ (molto) perché la seconda volta che sono tornata da San Francisco, a causa di uno shopping sconsiderato ho riempito fino a scoppiare una valigia già zeppa, dovendo subire sia l’applicazione della sovrattassa per “heavy luggage” sia la temutissima perquisizione del bagaglio. Cioè, non che avessi qualcosa da nascondere, però…

Ad ogni modo, confido che questa volta, nella preparazione del bagaglio, sarò veloce, pratica, organizzata ed efficiente.
Che tutto quello che porterò con me mi servirà.
Che non manchi nulla.
Che non avanzino troppi vestiti puliti.
E che non mi perdano il bagaglio in giro per il mondo.
Amen.

Noi ci risentiamo tra due settimane.
Il mio prossimo post sarà presumibilmente scritto in grassetto, a imperitura testimonianza metaforica del processo di imbolsimento da cannolo

 
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Pubblicato da su 13 ottobre 2012 in usi e costumi

 

Come nasce un viaggio? #2

travel guides

Come avviene, quindi, la scelta della meta di un viaggio?
Dopo l’iniziale brainstorming, visto nel post precedente, all’approssimarsi del fatidico giorno in cui le ferie hanno inizio, io ed il FOC ci mettiamo seriamente a confronto, in modo da giungere ad una decisione soddisfacente per entrambi.
Il guaio è che le nostre preferenze ci spingono spesso e volentieri in direzioni non dico opposte ma un cicinin divergenti sì:
– il FOC ama il mare, il caldo, il Sud, la modernità, lo starsene spaparanzato un po’ qui e un po’ là; non disdegna le visite, la cultura, le città, ma preferibilmente se abbinate a quanto sopra.
– la sottoscritta prediligerebbe gli ambienti urbani vintage, i musei, le chiese, le rovine, la storia, il Nord, le foreste, il mare (con moderazione, e soprattutto quando si chiama Oceano), i canyon, le situazioni on the road.
Finora siamo riusciti a trovare dei buoni compromessi, ma posso già prevedere che l’anno in cui io imporrò (-.-‘) che si vada in Islanda ***prendere o lasciare!*** ne succederanno delle belle.
Comunque: la scelta finale avviene sulla base di una serie di valutazioni ponderate (clima, periodo, costi, collegamenti, disponibilità, eventi) e tende a soddisfare entrambi in (quasi) eguale misura.
Nel momento stesso in cui prenotiamo l’aereo o il B&B, personalmente entro in modalità segugio, del genere “voglio sapere TUTTO del posto in cui andremo”.
Il primo passo consiste nell’acquisto della guida del luogo; guida che, per inciso, è la Mondadori. Ora, voi amici fidelizzati Lonely Planet, mi spiegate perché ogni volta che una Mondadori fa capolino nel vostro campo visivo iniziate a sghignazzare e darvi di gomito? Personalmente, la trovo ben fatta; un po’ sommaria forse, ma molto pratica, con le segnalazioni dei percorsi da fare, indicazioni sui tempi di visita/percorrenza, notazioni storiche esaustive (ma senza esagerare: cioè, mica si cerca il trattato di 50 pagine!). Le indicazioni su alberghi e ristoranti non le cago mai molto, e tra un po’ vi spiegherò anche perché.
Ad ogni modo, sfogliata la guida e raccolte un po’ di idee, metto giù un itinerario di massima; vado a riguardarmi le pagine relative alle città/attrazioni scelte, e ridefinisco il tutto con maggior precisione.
E poi – e questo è il trend degli ultimi anni – mi scateno in internet: diari di viaggio di Turisti per caso, forum, tripadvisor, siti dedicati, wikipedia, articoli di giornale, yahoo answers. Insomma, ogni possibile fonte di dritte, tanto più attendibili in quanto esperienze già vissute da altri. Che poi, insomma, se uno vuol verificarne la veridicità può farlo tranquillamente con controlli incrociati.
Le informazioni più meritevoli vengono riversate in una serie di files Word che diventano la mia/nostra controguida, e che spesso consultiamo più della guida-libro.
Che fa il FOC, in tutto questo?, vi chiederete (giustamente).
Di base, si potrebbe dire che subisce.
Subisce i miei slanci, gli entusiasmi, le valanghe di parole che lo inondano quando, del tutto a sproposito, me ne esco con i frutti della mia ultima scoperta:

– Vieni qui, abbracciami…
– Eccomi pi… Ciao! Però…uhm, posso dirti una cosa?
– Sì?
– Ma lo sai che in Sicilia c’è un paese-fantasma abbandonato dopo il terremoto del Belice? Pensa che hanno ricostruito il nuovo paese un poco più in là, ma il vecchio è accessibile e vi si possono fare un sacco di foto interessanti… Ne ho viste un po’ ieri e…
– Pi…?
– Eh?
– Me lo daresti un bacio?
– Oh, sì, scusa.
SMACK SMACK.
– Psss… pi?
– Mmmm… sì?
– Ma sai che c’è anche una zona di saline e mulini che…
– Shhh… stai zitta…
– Ma sì, pi, però i mulini…
– Mmmm… slurp smack…
– Le saline…!
– Oink oink!
– … sì…
– Oh sì pi sì…
– Sì sì sì ancora ancora ancora! Le saline, i mulini, LA RISERVA NATURALE… SIIIIIIIIIIIIIIIIII’!

Ecco, per dire.
Povero, se un giorno mi mollerà, non potrò fingere di non sapere il perché.

Un solido argomento che tiene me ed il FOC uniti nelle nostre esplorazioni è il cibo: non siamo ancora arrivati a scegliere le mete di viaggio in funzione di come si mangia in quella città/regione/Paese. Però, in genere, viviamo i momenti-ristoro come un passaggio fondamentale nella familiarizzazione col luogo in cui siamo. Che si tratti di un panino mangiato al volo sul marciapiedi o di una cena in un ristorante in riva al mare, ecco che lì si ferma tutto: e siamo solo io e lui, in un posto sconosciuto, che abbiamo sognato per mesi, che stiamo annusando, toccando, esplorando e che, per un momento, diventa Casa.

Piatto del giorno: i migliori piatti mangiati per strada in giro per il mondo, ossia
– la “macedonia” piccante di verdure sottaceto, Istanbul
– il carrettino messicano vicino al teatro in cui sono andata a vedere i Blue Man Group, NY
– la frittella salata aromatizzata all’aglio, Vienna
– il Currywurst + birra, Berlino
– sangria e tapas, Barcellona
– frappuccino, Londra
– drago al vapore con salsa di formiche rosse alla menta, Australia

Prossima puntata: come preparare una valigia

 
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Pubblicato da su 6 ottobre 2012 in usi e costumi

 
 
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