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Archivio mensile:settembre 2012

Come nasce un viaggio? #1

TRAVEL


Fase uno: Scelta della meta

Zuccannella (sfogliando un giornale): Uhm… pi?
FOC (Frequentante Ora Coinquilino): Sì?
Z: Sai dove mi piacerebbe andare l’anno prossimo?
FOC: Dove?
Z: A Edimburgo.
FOC: Bella Edimburgo! Ci sono stato.
Z: Be’, se ti piacesse tornarci… Anzi, sai cosa? Hai presente che l’anno prossimo in marzo avrò le ferie… Ecco, potremmo fare Londra, Edimburgo e Dublino, così passi anche a trovare i tuoi amichetti irlandesi, che dici?
FOC: Mmmm… interessante…
Z: Del tipo, un paio di giorni a Londra, 4 a Edimburgo e 3 a Dublino.
FOC: Direi che mi pare un’ottima idea.
Z: Sììììì!

Zuccannella (guardando la tivù): Uhm… pi?
FOC: Sì?
Z: Sai dove mi piacerebbe andare l’anno prossimo?
FOC: Dove?
Z: In Tailandia.
FOC: Bella la Tailandia! Ci sono stato.
Z:  Be’, se ti piacesse tornarci… Anzi, sai cosa? Hai presente che l’anno prossimo in marzo avrò le ferie… Ecco, potremmo andare in Tailandia, che dici?
FOC: Ma pi, in marzo non vorresti andare a Edimburgo Londra e Dublino?
Z: Cazz… è vero. Allora, facciamo in novembre?
FOC: Dovrebbe essere un buon periodo, sì.
Z: Però lo sai che ho visto che Tizio se ne va in Cile? Bello, no?
FOC: Sì, certo, è uno dei viaggi che vorrei fare…
Z: E noi, quando ci andiamo in Cile?
FOC: Boh?
Z: E in Cambogia?
FOC: Non lo so…
Z: Uh! Sai che facciamo? Che se per caso in novembre in Tailandia fa brutto tempo, ce ne andiamo in Cambogia!
FOC: Pi?
Z: Eh?
FOC: La Tailandia e la Cambogia sono talmente vicine che se è la stagione delle piogge da una parte, lo è sicuramente anche dall’altra.
Z: Oh, cacchio! Ma perché non stavo più attenta, a geografia? Vabbè, allora in caso ce ne andiamo nei parchi degli Stati Uniti.
FOC: In novembre?
Z: Eccerto!
FOC: E in marzo?
Z: Mah, secondo me potremmo anche andare a Berlino. E’ da un sacco che ci voglio tornare!
FOC: E Dublino Edimburgo ecc?
Z: Oh… E che cavolo però!

Z (preparando da mangiare): Pi?
FOC: Eh?
Z: Ma sai dove potremmo andare, in luglio?
FOC: No! In Islanda NO!
Z: Ma piiii!

(continua…)

 
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Pubblicato da su 30 settembre 2012 in usi e costumi

 

New York City – impressioni di settembre

chryslerone

(questa foto vorrei tanto averla scattata io)

Che insomma, ci stavo pensando prima: l’anno scorso, dopo essere tornata da NY, non ho scritto niente in merito.

Eh sì, lo so, vergogna!

Le impressioni sulla città e quel viaggio sono ancora belle vivide nella mia memoria, però; anzi, sono proprio vive. E quindi tenterò la recensione postuma ad un anno quasi dal volo che mi ha portata lì, non dico controvoglia ma nemmeno con ferma convinzione, perché io vorrei viaggiare in altri luoghi, tipo in Islanda, e mica visitare la mecca del capitalismo e dei grattacieli, che l’America vale la pena per i paesaggi, non per le città, e NY è un posto che bene o male tutti abbiamo già visto, nei film, telefilm, al tiggì, insomma, sai già com’è prima di andarci, e tu davvero vuoi andarci, in un bordello simile? E poi sai che me frega a me della città fighetta di S&TC, di cui non ho visto che un paio di puntate in vita mia, e di MACY’s e di Times Square e di questo e di quest’altro, eh! Però, aspetta: a NY ci hanno girato Harry ti presento Sally, e vi è ambientato Friends, e noi ci andremmo in ottobre, giusto?, e in ottobre c’è il foliage quindi figurati Central Park quanto bello dev’essere, per non parlare dei musei – uh, i musei!, sbav – e della messa ad Harlem (sì lo so che a messa io non ci vado mai, ma ad Harlem, ad Harlem, capisci? Adesso mi riguardo Sister Act e anche Manhattan di Woody Allen, che con Harlem non c’entra nulla ma ci sta lo stesso. Anzi, facciamo che apro wikipedia e cerco “film ambientati a NY” e li scar… compro e me li guardo tutti di fila, ecco), e degli spettacoli di Broadway… insomma, I wanna be a part of it, quando partiamo?!?
E quindi, ecco a voi:

NEW YORK – impressioni di settembre dalla A alla ZETA

A piedi: mai camminato così tanto in una città. Che è una cosa che si può fare benissimo, per altro. Girare a piedi, intendo. Manhattan è sì grande, ma non enorme. E poi noi veneziani (mi butto un po’ impropriamente nel calderone) ci abbiamo il passo spedito e il polpaccio allenato. Tsk!
Brooklyn: avevo un sacco di aspettative sul ponte e immaginato foto dal ponte, del ponte, col ponte di notte, di giorno, in ogni possibile declinazione. E poi alla fine ho sbagliato il punto di appostamento e mi sono accontentata di quel che passava il convento. Con buoni risultati, per altro, anche se non ho scattato LA foto
Chrysler Building (o Chryslerone): insieme al Flatiron, il mio edificio preferito nell’intera città. Commoventi nella loro eleganza un po’ rétro, e molto meno spocchiosi dei loro fratelli più giovani e ipervitaminizzati.
Disponibilità: quando me l’avevano detto, mi era sembrato strano. Ma le fonti erano più d’una, e le persone non si conoscevano tra loro. Se due indizi non fanno proprio nulla, magari con la mia testimonianza arriviamo a tre e salta fuori la prova: i newyorkesi sono di una gentilezza disarmante. Metti che ti vedano in difficoltà, la piantina in mano e il bandolo della matassa di lana perso in giro tanto che la povera Arianna vorrebbe pigliarti a mazzate, o novello Teseo sperduto nella jungla urbana; e insomma, eccoli lì, ‘sti newyorkesi, che ti si avvicinano amichevoli pronti ad aiutarti. Il che crea una curiosa dicotomia con l’ 
Essere del tutto indifferenti a chi vive per strada: i barboni/clochard/poveri di vario genere sono davvero la massima espressione dell’invisibilità. Sconvolgente.
Foliage: mica visto. A causa del caldo eccezionale, tutti gli alberi, dalla prima all’ultima foglia, erano inesorabilmente verdi. Verdissimi. Praticamente pareva primavera.
Giocattoli: entrare da FAO Schwarz e fare un tuffo nel passato (e in Big che, nella mia adolescenza, adoravo – prima che Tom Hanks divenisse stucchevole e vagamente odioso) è un tutt’uno. Poi c’è da dire che quando gli americani decidono di spettacolarizzare qualcosa lo fanno proprio bene.
High Line: la più bella sorpresa della città. Mi ha colpita davvero un sacco per la sua inaspettata bellezza e per l’orgoglio con cui viene coccolata dai suoi protettori. Mi aspetterei di trovarci, sedute a qualche tavolino all’aperto, Susan Sarandon e Daryl Hannah che bevono il tè chiacchierando di cucito e diritti umani.
Inferno: descrivibile in sole quattro parole: Times Square nel weekend.
Libertà (statua della – ): il mio primo vero impatto con la città. Svegliati prestissimo dal jet lag, il primo giorno dopo l’arrivo, decidiamo di imbarcarci verso Liberty + Ellis Island. E ce la troviamo davanti, Miss Libertà che illumina il mondo, sfrontata, imponente e anche un po’ retorica nell’esibizione di sé (come solo gli americani sanno essere, per inciso). Stranissimo senso di déjà vu giustificato dalla sovraesibizione del monumento.
Mangiare: tutte le volte in cui vado all’estero, evito come la peste i ristoranti pseudo-italiani, non prendo in considerazione le recensioni sulla guida (ma ora che ho l’app di Tripadvisor qualcosa cambierà, me lo sento) e, in definitiva, vado a caso con alterne fortune. A NY ho proceduto più o meno così, tranne per una manciata di eccezioni: Sylvia’s ad Harlem (ottimo soul food), Katz’s Deli (come non andare nel ristorante in cui Sally simula l’arcinoto orgasmo?), Ellen’s Durst (un tuffo negli anni ’50 in piena Broadway). Per il resto, street food à go-go e qualche improvvisazione. Da bocciare: i Brezen o Pretzel che dir si voglia, decisamente meglio quelli austro-germa-trentini. Quelli americani sono però più grandi, OVVIAMENTE.
Nord-sud-ovest-est: no, gli 883 non c’entrano niente, per fortuna. Volevo solo dire che, per me che ho un senso dell’orientamento quasi inesistente, trovare la giusta direzione a NY (come in qualsiasi altra città degli USA del resto) è facilissimo. Dio benedica il pragmatismo urbano (seppur scopiazzato dagli antichi romani) dei cugini del Nuovo Continente. 
Occupy Wall Street: nei giorni in cui siamo lì il movimento è in pieno fermento. Zuccotti Park è presidiata da un esercito di pacifici campeggiatori, la Borsa sorvegliata a vista da un esercito di poliziotti armati fino ai denti, manifestazioni qua e là… Insomma, pare davvero di trovarsi dentro una pagina della Storia. Quella reale.
Pastrami: cibo obbligato da Kat’s Deli, anche se a voler proprio essere precisi Sally aveva ordinato un sandwich al tacchino. Ad ogni modo, entusiasmante: un viaggio (lisergicamente inteso) tra tutti i sapori conosciuti dal genere umano.
Quante volte ho sospirato di piacere scorgendo all’orizzonte la silhouette del Chryslerone?: un sacco.
Requiem: nei giorni in cui siamo lì, Steve Jobs ci lascia le penne. Pellegrinaggio d’obbligo all’Apple store, per vedere di nascosto l’effetto che fa.
Spettacoli: sei a NY e vuoi non andare a vedere un paio di cose a teatro? Io ed il FOC* siamo mossi da spinte divergenti: più istituzionale lui, più off io. Troviamo un compromesso scegliendo Cirque du soleil, Blue man group e Priscilla. Bellissimi, nel loro genere, tutti e tre. I BMG la vera sorpresa, per me che non li conoscevo proprio.
Tamarrata in grande stile: il Columbus Day. Mai visto niente di più solennemente infarcito di luoghi comuni. Il trionfo del kitsch italoamericano. A modo suo, impagabile.
T però anche come Tornare: non vedo l’ora di farlo, per rivedere con calma alcune cose (Central park, il Guggenheim – intravisto dall’esterno ma non visitato, o tutti quei quartieri centrali tipo SoHo, Tribeca, il Village, che tra l’altro devono essere i più carini) o visitarne altre del tutto ignorate per mancanza di tempo (Coney Island su tutte). E poi magari la prossima volta qualche campionato di qualche sport sarà iniziato, così che riusciremo ad andare a vedere una partita di qualcosa. Non dico al Madison square garden. E’ sufficiente anche il campetto dell’oratorio. Basta che qualcuno tiri quella fottutissima palla del cazzo!
Uh, quanta cultura!: fatto proprio il pienone, tra un museo e l’altro. Che poi alla fine, nonostante sia un’amante dei luoghi zeppi d’arte, tra MoMA e MET sono decisamente andata in tilt. Troppa, troppa roba, tanto che il Louvre si ridimensiona fino a sembrare l’esibizione di fine anno dell’università popolare del mio paese. Stanco e decadente il Museo di storia naturale; il Guggenheim ha una struttura davvero particolare, da fuori, ma il meglio dev’essere decisamente dentro.
Vitello: è proprio come un vitello che piango durante la messa gospel in una delle chiese battiste di Harlem. Io, che in chiesa non ci metto mai piede, a meno di essere costretta da cerimonie familiari o amicali. Io, che sono critica verso l’intero sistema episcosacerdopapale. Io, che vengo chiamata dal FOC* “l’Anticristo”, metto da parte le mie perplessità e le possibili considerazioni scettico-socio-culturali e mi commuovo fino alle lacrime. Non tanto per il messaggio religioso in sé, ma per il senso di appartenenza che queste persone sentono di avere verso qualcosa: la loro comunità in primis, fino ad arrivare a qualcosa di più grande. E Amazing Grace, cazzo, dà la definitiva mazzata. 
Zing: termine usato da Fiammetta Fadda, critica gastronomica, per definire quel certo non so che che dà brio e twist ad un piatto. Ecco, applicato a NY, lo zing c’è tutto, e rende la città divertente, non saprei usare altro aggettivo per definire quello che ho provato in giro per le streets e le avenues. Perché NY è innegabilmente divertente, è un grand bazar pronto a soddisfare le richieste di ogni tipo dei numerosissimi visitatori che vi mettono piede, un luna park urbano sbrilluccicante e rumoroso, una serie di locations di film e telefilm inanellate una dietro l’altra, un rimando continuo ad altri mondi e altre vite, un bignamino di storia contemporanea, una puntata di Report in collegamento speciale con Porta a porta. Multiforme e versatile, è davvero la città che non dorme mai e di cui, per qualche giorno, è bello fare parte.

Note:
* FOC: Frequentante Ora Coinquilino

 

Piatto del giorno: Pollo fritto con fagioli dall’occhio nero e insalata di patate, e a seguire dolce di zucca. Da leccarsi i baffi.

 
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Pubblicato da su 9 settembre 2012 in NYC, recensioni

 

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I 10 lavori che vorrei fare

lavoro

Vista la crisi internazionale e l’assetto incerto del mercato del lavoro, stavo seriamente pensando a come potrei riciclarmi se le condizioni lo richiedessero. E quindi, ecco la nuova, immancabile lista che rivitalizzerà questo blog dopo la lunga e scazzata (ma senza sensi di colpa) pausa estiva. Ossia, come recita il titolo: le dieci professioni che sceglierei se dovessi cambiare lavoro ora:

1. Scrittrice professionista, ovviamente. Peccato che il mio ritmo di produzione sia tornato ai minimi termini. Non potrò mai esibire tomoni con scadenza ravvicinata e un po’ marchettara come il buon vecchio Stephen. Ahimè.

2. Copywriter e inventrice di nomi per i nuovi gelati Algida (Provate il nostro Algida Diva, il classico Mare Magnum, e il nuovissimo Fior di Fregola!)

3. Sceneggiatrice di puntate dei Simpson. Ma magari! Non so se sarei all’altezza, però, bah.

4. Sceneggiatrice di sitcom americane. O almeno, quella che decide in quali momenti vadano piazzate le risate registrate.

5. La Nuova Musa di Quentin Tarantino, dopo che Uma si è definitivamente sputtanata con la pubblicità della Schweppes.

6. Travel blogger, professione che mi permetterebbe di unire l’amore per i viaggi a quello per la scrittura e quello per la fotografia. Aggratis, per giunta.

7. Curatrice delle raccolte che, puntuali come la Morte, ogni settembre escono in edicola: avrei un sacco di idee interessanti da proporre, come ad esempio la Storia delle piastrelle, da molti ignorata.
Solo che ‘sta cosa fa un po’ troppo Lillo e Greg.

8. Tenutaria di b&b o ostello. Ogni volta che adocchio un edificio vagamente colonico e decisamente in rovina, inizio a sognare di trasformarlo in un’oasi di accoglienza e ospitalità, dallo stile un po’ hippie ma non punkabbestia, informale ma non trascurato, meta di viaggio di persone interessanti e dalle mille storie da raccontare. Che poi ovviamente riciclerei per i miei libri (vedi punto 1).

9. Assaggiatrice fusion vegana. Gli chef contemporaneisti dovranno pur sperimentare le nuove ricette su qualcuno, no? E allora eccomi qua! Perché fusion vegana, comunque? Boh. Però dicono che avere una specializzazione sia sempre utile, e quindi…

10. La conduttrice di qualche trasmissione di Real Time. E’ un posto che mi spetta di diritto, vista la frequenza con cui mi faccio lobotomizzare dai loro programmi.


Piatto del giorno: Pannocchia arrostita low cost
.
Rubare una pannocchia dal campo dei vicini. Arrostirla sotto il sole (quest’estate sarebbe stato possibilissimo). Bagnarla in acqua di mare e lasciarla asciugare all’aria. Ungere con una veloce passatina sulla testa di Carlo Conti.
Per abituarsi alla frugalità, che non si sa mai.

 
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Pubblicato da su 9 settembre 2012 in frizzi e lazzi, frugalità, lavoro e società

 

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