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Archivio mensile:luglio 2012

Protetto: La Zuccannella Productions è lieta di presentarvi: un incontro (secondo me)

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Pubblicato da su 27 luglio 2012 in racconti

 

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Un esperimento

esperimento
A breve, su questi schermi, potrete leggere un audace (o sconsiderato) esperimento biografico-letterario.
Due amici, su cui manterrò il più stretto anonimato, si sono messi in gioco raccontandomi del loro primo incontro e chiedendomi di scriverci su un racconto, sul modello dei due surreali eventi che mi riguardano e di cui sapete già.
Comunque, in realtà è stata più la “lei”, tra i due, a chiedere e raccontarsi.
Di conseguenza, ho scritto una storia interpretata da una sola voce narrante, quella femminile appunto.
Il personaggio maschile è comunque presente e necessario, e verrà raccontato dal punto di vista di lei.
Per quanto mi riguarda la difficoltà maggiore è stata calarmi in due personaggi che conosco solo parzialmente, e soprattutto narrare di un evento che non ho vissuto in prima persona.
Proprio perché ho dovuto immaginare molto, mi sono presa qualche bella licenza, e spero, a tal proposito, di non aver travisato avvenimenti, sentimenti ed atmosfere.
Spero di non recare danno alla sensibilità di alcuno.
E soprattutto, dichiaro che nessun animale è stato maltrattato nella realizzazione del racconto stesso.

A breve la pubblicazione.

Mi tengo qualche giorno ancora per gli ultimi ritocchi, e poi ci siamo.
Verrete avvisati con un certo anticipo, in quanto mi piacerebbe che i due protagonisti della storia avessero modo di leggere in contemporanea.
Anzi, a tal proposito vi chiedo di scrivermi, qui nei commenti – con identità fasulla se preferite – o via pvt, quando sareste liberi e con un pc o simili davanti a voi.
Allora… a presto!
Suspense!

Piatto del giorno: Popcorn
Per ingannare l’attesa

 
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Pubblicato da su 26 luglio 2012 in disclaimer, racconti

 

In verità, in verità io vi dico

AG&G

No.
Non mi sono fumata il cervello.
So che Gesù e Aldo Giovanni e Giacomo possono sembrare degli esseri posti su piani apparentemente del tutto inconciliabili.
Anzi, facciamo che lo sono così non ci pensiamo più.

Be’, voi guardate i Simpson?
Ecco, se la risposta è sì saprete quale sia il meccanismo di una qualsiasi puntata: si parte da un evento apparentemente insignificante, e sulla base di esso si costruisce un’intera vicenda, che nulla c’entra con l’accadimento iniziale.
Chiaro?

Ecco, insomma, qui potrei avervi incasinato ancor di più le idee, ma in realtà no, se mi seguite per un istante.
“In verità, in verità vi dico” era una delle frasi preferite da quel fricchettone di Gesù ♥
Che cosa raccontava spesso e volentieri Gesù? Le cosiddette parabole (se avevate risposto in prima istanza “un mucchio di palle” avete torto: quella è la Chiesa)
Che cos’è una parabola, oltre che una storiella simbolica e allusiva? Una roba geometrica di cui ora non ricordo la formula, ma giuro che la sapevo
Che cos’è, in ultima istanza, una parabola discendente? La carriera di Aldo Giovanni e Giacomo (e il cerchio si chiude!)

Io in questo post vi volevo parlare appunto di Aldo Giovanni e Giacomo.
Di quanto mi facevano ridere quando, a Mai dire gol, vestivano i panni dei loro migliori personaggi: i Sardi, i Bulgari, gli Svizzeri su tutti.
Altri, invece, mi lasciavano già più tiepida: ad esempio Johnny Glamour, anche se un suo duetto con Don Lurio rimane per me indimenticabile (♫ testa spalla baby ♫ – fa-fa-fa-fa-fa!).
La loro fisicità era spettacolare, i loro siparietti un mix tra circo, mimo, cabaret. Amavo la loro versatilità, le loro trovate a volte ingenue, ma non per questo meno divertenti, e a volte a dir poco sublimi. E non erano mai volgari, aspetto da non sottovalutare.
La dimensione teatrale è evidentemente quella cui si adattano meglio: I Corti costituiscono una summa del loro percorso creativo, e tuttora li trovo ben congegnati ed esilaranti.
Finché i tre, non so per quale strano motivo, decidono di approdare al cinema.
Tre uomini e una gamba la loro prima uscita. Così così.
E il bello è che, a riguardarlo ora, col senno di poi, quel film sembra quasi un capolavoro: perché le loro produzioni successive son state via via sempre più… imbarazzanti.
Personalmente, credo di aver visto solo 3UEUG e Chiedimi se sono felice. Gli altri me li sono, con rammarico sempre decrescente, persi più che volentieri.
E da quando hanno iniziato ad essere testimonial della nota compagnia telefonica, ho smesso di interessarmi del tutto a loro.
Il che mi dispiace un sacco, porca paletta.
E mi fa rabbia.
Perché è vero che i tempi cambiano, e non si possono continuamente produrre idee geniali, e il nuovo avanza, e bisogna pur sempre mangiare e mandare i bambini a scuola, e cazzi e mazzi, ma, perdio, era proprio necessario buttarsi via così?

 
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Pubblicato da su 18 luglio 2012 in reprimenda

 

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A mille ce n’è

bosco
Personaggi e interpreti:

Zuccannella (da qui in poi: Zucca)
La Nipotina Elle, età due anni e mezzo (da qui in poi: Elle)

Un’afosa sera di luglio, dopo cena:

Elle: Zia Zuccannella, zia Zuccannella! Andiamo sul divano a dormire?
Zucca: Ma certo! Dai che andiamo… evvai, magari ci scappa davvero un pisolo… zzzzz
Elle: Ecco, io mi appoggio qui… e prendo il cuscino… (e poi, con aria di rimprovero) Prendi anche tu il cuscino, zia!
Zucca: Ecco, preso (le due si incastrano sul divano a due posti, speculari l’una all’altra). Facciamo le nanne adesso?
Elle: Sì, ma prima mi racconti una storia.
Zucca: Una storia? E quale storia vorresti?
Elle: Uhm… Pinocchio?
Zucca: (uh, ora la stupisco con un guizzo creativo. Anche perché Pinocchio è lungo, e non lo ricordo benissimo, e mi sta anche un po’ sulle palle) Anzi, no, facciamo che la storia CE LA INVENTIAMO NOI!
Elle: …?
Zucca: Allora, facciamo così: la storia vorresti ambientarla in estate o in inverno?
Elle: In inverno.
Zucca: E vuoi che tutto accada in un bosco, in mezzo al mare o in montagna?
Elle: In un bosco.
Zucca: Quali personaggi vorresti nella tua storia?
Elle: Pinocchio.
Zucca: (maledetto burattino! Esce dalla porta e rientra dalla finestra!)
Elle: E poi Heidi.
Zucca: (Heidi?)
Elle: E Biancaneve!
Zucca: (merdaqui le cose si fanno complicate) Ok, lasciami pensare due minuti.
Elle: Sì (la bambina sta in religioso silenzio, in attesa)
Zucca: (frull frullmening mening… EUREKA!) Ok, ci sono. Cominciamo?
Elle: Sì!
Zucca: Ok. Allora:

C’era una volta” (l’inizio classico è sempre il migliore)

Zucca: C’era una volta una casetta nel bosco. Questa casetta era piccola piccola piccola piccola, talmente piccola che ci sarebbe entrato a malapena un bambino piccolo piccolo piccolo, come il tuo fratellino. Nella casetta piccola piccola piccola piccola viveva un gigante grande grande grande.
Elle: UN GIGANTE?
Zucca: (porca vacca, ho detto proprio un gigante. Cazzo c’entra, il gigante?) Sì, un gigante. Ti chiederai: ma come ci entra un gigante grande grande grande dentro una casetta piccola piccola piccola piccola?
Elle: Eh.
Zucca: (appunto, me lo chiedo anch’io) Ora te lo spiego: vicino alla casetta piccola ecc, c’era una grande quercia. Il gigante, quando tornava a casa, prendeva il ramo più basso della grande quercia e lo girava: la quercia si apriva et voilà!, dentro al tronco c’erano delle scale. Queste portavano ad una grande caverna sotterranea, ed era proprio lì che viveva il gigante.
Elle: Sì… ma la casetta?
Zucca: La casetta era… coreografica, diciamo. Era proprio carina, con le tendine rosse e le finestre a forma di cuore. Tutti gli animali del bosco si fermavano incantati a guardarla. Ma passiamo oltre (ti prego, non fare domande). Dall’altra parte del bosco c’era un’altra casetta: un po’ più grande, di legno, semplice e curata. Dal suo camino uscivano sempre degli sbuffi di fumo profumato: il lunedì, pasticcio di carne; il martedì, pesce ai ferri. Il mercoledì…
Elle: Pollo arrosto!
Zucca: Brava, proprio pollo. Il giovedì, torta di mele, e così via, un giorno dopo l’altro. Chi abitasse in quella casetta era un mistero. Nessuno vi aveva mai visto uscire o entrare qualcuno. Un giorno i passerotti cercarono di scoprire qualcosa: entrarono dentro il camino, svolazzarono giù, fino al salotto. Si guardarono intorno, ma non videro nessuno. Non sentirono nemmeno l’odore di un uomo. Pensarono così che nessuno vivesse lì. Ma… e il profumo di cibo allora? Da dove arrivava?
Elle: Da dove, zia?
Zucca: Un giorno, tutti gli animaletti del bosco si riunirono, e decisero di voler risolvere il mistero: avrebbero fatto dei turni di guardia, tutto il giorno, tutti i giorni. Dalle 6 del mattino alle 2 del pomeriggio: i passerotti, i corvi, le quaglie. Dalle 2 del pomeriggio alle 10 di sera: i coniglietti, le lepri, gli insetti. Di notte, le volpi, i lupi e i barbagianni. L’avrebbero scoperto, ne erano sicuri!
Elle: Sì!
Zucca: Il primo giorno, non videro niente e nessuno. Eppure, un buon profumino di patate al forno si spandeva dal comignolo, tutt’intorno. “Gnam gnam”, fecero tutti. Nessun movimento, comunque, disturbò la quiete apparente della casa. Il secondo giorno, idem. Nessuno fece capolino. Il terzo giorno, però, poco dopo mezzogiorno… il portone si aprì, un’ombra si mosse, un veloce sgattaiolare di piedi riscosse gli animaletti dal loro torpore. “Eccolo! Eccolo!”, sussurrarono tra loro i colibrì. Cip cip! Diedero l’allarme. Tum! Tum! Tum!, le lepri batterono con forza le zampe posteriori a terra, per amplificare il segnale. Tutti gli animali del bosco giunsero a frotte, nascondendosi chi tra i cespugli chi tra le fronde dei rami. Furtivamente e silenziosamente, saltellando o svolazzando, seguirono il misterioso individuo.
Elle: E chi era? Chi era?
Zucca: L’abitante della casa era nientemeno che… Pinocchio! Il burattino era cresciuto: faceva il guardacaccia ora. Si spostava sooprattutto col buio, ecco perché la maggior parte degli animali non l’aveva mai visto. E nessuno aveva sentito il suo odore perché era fatto di legno, non di carne e ossa come noi (sono un fottuto genio, oh yes)
Elle: (del tutto incurante dei tentativi di rendere la storia inattaccabile dal punto di vista logico) Sì, ma dove andava Pinocchio?
Zucca: Pinocchio camminava veloce verso il limitare del bosco; portava un grosso zaino sulle spalle, ed era tutto intabarrato in un pesante mantello di velluto. Uscito dal bosco, prese il sentiero di sinistra, s’inerpicò per una lunga e faticosa salita. Pant pant… che fatica, si lamentò. Ma continuò imperterrito finché, qualche minuto e un paio di curve più tardi, giunse ad una graziosa casina di legno col tetto di paglia. Tolse lo zaino e lo appoggiò a terra, e finalmente bussò al portone.
Elle: Toc toc!
Zucca: Chi è? Fece una voce dall’interno. Sono io, Pinocchio! Rispose il burattino. Un paio di giri di chiave e la porta si aprì. Ciao! vieni, entraCiao Heidi! Pinocchio prese lo zaino ed entrò in casa.
Elle: Heidi! Ma… perché Pinocchio è andato da Heidi?
Zucca: Era andato a pranzo da lei: siccome erano amici, ogni tanto si trovavano per mangiare assieme. Di solito era Pinocchio ad andare da lei. Portava qualcosa da mangiare, e Heidi cucinava il resto. Per esempio, quel giorno Pinocchio aveva preparato…
Elle: Le verze!
Zucca: Sì, esatto, le verze. Heidi invece la polenta, i fagioli e le salsicce (mmm… pranzetto leggero). Insomma, si sedettero a tavola e iniziarono a mangiare. Stavano giusto bevendo il caffè che qualcuno bussò al portone. Chi potrà mai essere? , si chiesero i due. Andiamo a vedere!. Heidi davanti (e di dietro tutti quanti) e Pinocchio dietro, si avvicinarono all’uscio. Chi è?, chiese Heidi. Buongiorno, il mio nome è Biancaneve e mi sono perduta. Heidi aprì il portone, e si trovò davanti una ragazza molto bella, dai capelli neri come la notte e le guance rosse come ciliegie. Ciao, io sono Heidi, e lui è Pinocchio, replicò la pastorella. Biancaneve li salutò, e spiegò loro: Stavo cercando di andare a trovare dei vecchi amici, I Sette Nani, li conoscete? Sapete, sono a casa da sola, mio marito Il Principe è via per lavoro, così ho pensato di trascorrere una settimana da loro, è da tanto che non li vedo… solo che è da stamattina che giro e giro intorno, e non trovo nessuno… La ragazza scoppiò in lacrime, disperata. Dove abitano questi Sette Nani?, fece Heidi incuriosita. Nel Bosco degli Alberi Parlanti – Ah! Ecco perché non li trovi! Hai sbagliato bosco! Qui siamo nel Bosco ai PIedi dell’Arcobaleno! Dovresti scendere il sentiero, girare a sinistra e camminare ancora a lungo, per poterlo raggiungere, e qui è quasi buio ormai… Ascolta, perché non ti fermi a mangiare qualcosa con noi, e riparti domattina? – Da… davvero? Posso? Grazie, grazie mille… sono così stanca! Affranta, Biancaneve si gettò di peso su una sedia, e si tolse le scarpe. Heidi, intenerita, le preparò un grande piatto di cibo. si sedettero tutti e tre a tavola e ciascuno raccontò la sua storia: Biancaneve di come era scappata dal castello e aveva conosciuto i Sette Nani, prima di mangiare la Mela Avvelenata ed essere salvata dal Principe. Heidi narrò della sua vita a Francoforte, quando viveva con Klara e la Signorina Rottenmeier…
Elle: Brutta!
Zucca: … e metteva via di nascosto i panini bianchi per la nonna di Peter. Pinocchio invece intrattenne le due col racconto di come finì nel ventre della Balena. Chiacchiera e chiacchiera, si era ormai fatto buio. All’improvviso, udirono dei pesanti colpi al portone: TOC! TOC! TOC!
Elle: Chi era, zia, chi era?
Zucca: Dopo essersi guardati l’un l’altro, Heidi, Peter e Biancaneve (che aveva afferrato una pesante padella di ghisa, ché non si sa mai) si avviarono silenziosamente verso il portone. Heidi prese coraggio: Chi è?. Nessuno rispose. Provò ad aprire, con cautela: due enormi piedi sostavano davanti alla soglia. AAAAAAH! Il Gigante! Cercò di richiudere la porta, ma una grande mano ruvida e callosa la bloccò. ASPETTATE!, tuonò una voce, NON VOGLIO FARVI DEL MALE. HO PORTATO DEI BISCOTTI, MI PIACEREBBE INVITARVI A FARE MERENDA ASSIEME. I tre nella casa si guardarono, incuriositi: Va… va bene…, rispose Pinocchio, aprendo il portone. Uno dietro l’altro uscirono, avvicinandosi al Gigante. SEGUITEMI, fece lui, Nella mano sinistra, effettivamente, recava un panierino coperto da una stoffa a quadretti bianchi e rossi. Il Gigante, seguito dagli altri, si diresse verso una grande radura, conosciuta come Il Prato della Verità. ORA VI MOSTRERO’ LA MIA SALA DEI PICNIC. RIMANETEMI ACCANTO. Il Gigante spinse a terra un pesante salice, che generando uno spettacolare effetto-domino abbattè uno ad uno gli alberi circostanti, posti in un cerchio quasi perfetto. Quando anche l’ultimo salice cadde, il prato iniziò ad abbassarsi. lasciando intravvedere una sala grande, scaldata da un confortevole camino, al centro della quale troneggiava un tavolo semplice e robusto, di quercia. IO SONO SEMPRE SOLO, disse il Gigante: TUTTI HANNO PAURA DI ME: BAMBINI, ANIMALI, UOMINI… TUTTI. ERA DA MOLTO TEMPO CHE VOLEVO FARE AMICIZIA CON VOI, ORA FINALMENTE HO TROVATO IL CORAGGIO DI CHIAMARVI E INVITARVI DA ME. PREGO, SCENDETE. PREPARERO’ UN BUON TE’, E SE VORRETE POTREMO CHIACCHIERARE E GIOCARE. I quattro scesero nel calduccio della sala, stettero assieme fino a sera, e parlando parlando divennero amici del Gigante. Che peccato non averti conosciuto prima!, gli disse Heidi, che in poche ore si era affezionata moltissimo a lui. Promettimi che ci vedremo spesso, d’ora in poi, va bene? – E poi fai dei biscotti buonissimi, aggiunse Pinocchio, che era proprio un gran golosone, addentando il trentesimo enorme biscotto al cioccolato – Io invece verrò a trovarvi appena posso, a volte al castello mi annoio un po’… Magari la prossima volta porto anche i sette Nani, siete d’accordo? Sono sicura che si divertiranno un mondo anche loro. Brontolo escluso, forse.

 
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Pubblicato da su 14 luglio 2012 in racconti

 

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Afterhours @ Sherwood Festival, 06/07/2012

Ci sono delle band che vedi live milioni di volte nella tua vita di fans: un po’ per feticismo, un po’ perché ma dai, suonano così vicino a casa che vuoi non andarli a sentire?, un po’ perché boh, dev’essere uno dei misteri di Giacobbo.
Che poi, così vicino a casa anche no, ché alcune sono state a vedermele più in giro, tipo a Londra o in Olanda.
Il che fa fighissimo, vuoi mettere?
Gli Afterhours li ho seguiti un po’ qui e un po’ là. E nel 2006, appunto, in un momento cupissimo generato ma non creato dalla fine sofferta di una lunga storia d’amore, ho preso le valigie e li ho pedinati tra Amsterdam e dintorni. Per inciso, deprimendomi ancor più.
Ma questo è passato. Torniamo ai giorni nostri.

Venerdì sera io ed il Coinquilino ci mettiamo in viaggio sul nostro scooter (ché finalmente qualcuno ha preso la patente!) sotto un cielo che minaccia di esplodere in una tempesta di acqua e grandine.
– Che famo, andiamo a due o quattro ruote?
– Dai, proviamo con le due. Per scaramanzia mi vesto da spiaggia, vedrai che non piove, aò.
E non scherzo, quando parlo di “vestirsi da spiaggia”: reggiseno nero borchiato di un costume che ho preso una volta sul’onda dell’entusiasmo, non so ancora perché, maglietta nera che lascia scoperta la schiena e anche un bel po’ del davanzale, ad averne uno, bermuda di jeans a palloncino. Non mi vestivo così manco quando avevo 18 anni. Ora che mi avvicino ai 40 ricomincio a fare la giovane, e fra un po,’ temo, mi calzerà a pennello il detto dietro liceo davanti museo; ma finché dura, io persevero diabolicamente.
E insomma, siamo a 500 metri da casa che la visiera del casco già gronda di goccioline, le stesse che mi sferzano le gambe e le mani come in una raffinata tortura afghana.
– Uhm, che dici? Torniamo a casa a prendere la macchina? – gli urlo da casco a casco.
– Ma no dai che siamo quasi arrivati.
Quasi arrivati ‘sta cippa, ma vabbè, continuiamo.
Imbocchiamo il passante e ci cacciamo subito dietro un camion. Ho così modo di imparare alcune importanti lezione di fisica, in primis “un mezzo che viaggi a velocità costante dietro un altro mezzo di maggiore volume e che proceda ad uguale velocità e nella stessa direzione, deve mantenere una distanza da questo tale da evitare di schiantarvisi contro in caso di improvvise frenate”.
Qualche decina di minuti dopo, siamo allo Stadio Euganeo di Padova.

Venerdì a Padova succedeva un po’ di tutto: concerto degli Afterhours allo Sherwood Festival, apertura del Pride Village. Son quelle cose che ti fanno ben sperare che nel tuo paese, tutto sommato, qualcosa di buono ci sia. Finché non leggi le ultime minchiate di Giovanardi e i tasselli del puzzle si risistemano al loro posto come per incanto.

Entriamo allo Sherwood (che noi andiamo ai festival fighi di sinistra, mica a quelli commericali…) inseguendo il botteghino giusto, e andiamo a spararci un kebab e una birra in attesa degli amici.
Faccio appena in tempo a considerare che mi ero ripromessa di abbracciare il vegetarianesimo, al rientro dalle ferie, che il profumo della carne mi coglie alla sprovvista e manda affanculo le mie buone intenzioni.
Nel frattempo mi guardo intorno: le bancarelle sono ancora chiuse, di gente non ce n’è molta. Il cielo è grigiolino.
E il kebab è minuscolo e farcito quasi solo di verdura.
Ed è questo particolare, più che gli altri, a riempirmi di amarezza, perché non si scherza su certe cose.

Pian piano la situazione migliora: arrivano gli amici, il sole si apre un varco tra le nuvole, il piazzale si riempie.
E alle 10 si comincia.

Ho sempre invidiato, ai concerti, quei seguaci di un gruppo/cantante che alla prima nota hanno già riconosciuto un brano, e dall’inizio alla fine della scaletta non smettono di gorgheggiare a tema. Io sono un po’ più imprecisa: spesso non riconosco i pezzi se non dopo due strofe, oppure individuo la canzone e tra me e me esulto “questa è… questa è… quella bella!”. Canto i ritornelli sbagliando le parole, e per non farmi sgamare dagli altri fans fingo di tossire rumorosamente.
In questo caso la mia ignoranza è amplificata dal fatto che l’ultimo album non l’avevo mai ascoltato prima di venerdì. Si prospetta una lunga attesa delle greatest hits.

La band prende posizione sul palco e inizia a snocciolare i suoi pezzi tratti da Padania.
Visto che non posso partecipare attivamente alla cosa, un po’ ascolto e un po’ mi soffermo ad osservare l’aspetto fisico dei menestrelli.
Scenograficamente parlando, il componente più interessante del gruppo è Xabier Iriondo, padre basco e madre milanese. Sembra un gringo appena sbucato da un ranch sulla Sierra Nevada, o uno dei Grinderman di Nick Cave:

 
xabier iriondo

Il giovine ha una presenza scenica tutta sua: quando non suona (raramente) se ne sta immobile a braccia conserte con lo sguardo scazzato. Quando imbraccia la chitarra, però, scarica nell’aria note rabbiose dense come fango e taglienti come i famosi coltelli Miracle Blade. E’ lui a dare corpo ai suoni della band.

Manuel Agnelli, invece, secondo me si sta palestrando, perché sfoggiava dei pettorali di tutto rispetto. Ormai ha i capelli lunghissimi, da vero e proprio Messia del rock. Ma, ahimè, la tentazione di urlargli “Quando ricominciano i corsi di Pozioni?”

 
manuel piton

è fortissima. Per fortuna resisto.

Il mio belloccio preferito di turno, invece, Roberto Dell’Era, colui con cui ho fantasticato di trascorrere torbide notti di sesso sfrenato, si è inquartato come un bove. E poi ho fatalmente deciso che mi sta sulle palle perché indossa continuamente gli occhiali da sole, e questo fa di lui un tamarro, ed io coi tamarri non voglio averci nulla a che fare:

  roberto dell'era

Tornando alla musica: la scaletta, all fine, non è male affatto. I pezzi nuovi son belli, e i vecchi successi, ben riarrangiati, fanno saltar su tutti come se fossimo stati morsi da una tarantola. Ad un certo punto viene invitato sul palco Giulio Favero del Teatro degli Orrori, e il ritmo si impenna in un crescendo vorticoso. Cresce anche il pogo e si innesca qualche tafferuglio, ma niente di che. Un brano via l’altro, e ricordo perché io ami questo gruppo. Che a volte me lo dimentico, ma in realtà hanno scritto delle canzoni davvero notevoli. Altre meno, ok, ma alcune… be’, son davvero bellissime. 
E poi cosa puoi dire di uno che dà corpo alla frase “voglio un pensiero superficiale che renda la pelle splendida” se non che è un genio? 
Terminato il blocco delle canzoni, escono e rientrano per i bis. E poi ancora. E ancora. E ancora. Insomma, alla fine dobbiamo impallinarli perché smettano di uscire, ché altrimenti saremmo ancora tutti lì a cantare, sfiniti, sotto il sole.

Il rientro tra le bancarelle ormai apertissime regala soddisfazioni: compro un pingue sacchettino di frutta secca pralinata (che, per inciso, si papperà quasi per intero il Coinquilino, giacché quella golosa sono IO) e il vestitino più bello del mondo. C’è un sacco di gente in giro, a bere bira e ballare e fumare marijuana.

Ah!, penso mentre, masticando con sommo godimento una mandorla dolce, mi dirigo verso l’uscita, che bella serata! Che bel concerto, che belle energie, che estivo relax!

L’amara, dura, semplice verità, però, è che avrei preferito di gran lunga andare a vedere i Cure a Milano il giorno dopo. Grrrr.

 
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Pubblicato da su 9 luglio 2012 in recensioni

 

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