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Archivio mensile:gennaio 2012

This must be the place

spinea

Lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate.

Lasciate ogni speranza di vedere una campagna calda come quella toscana, ville venete fastose, edifici moderni degni dei migliori architetti d’avanguardia.
Vivere in un paese come quello in cui abito significa abituarsi alla bruttezza.
Ed è un peccato, perché di potenzialità, nascoste tra le stradine, dietro alberi sbilenchi o condomini scrostati, ce ne sarebbero molte.

A girovagare per le vie della mia cittadina, si possono scorgere i diversi strati delle differenti epoche di colon-urbanizzazione spiaccicati l’uno sull’altro come mani di intonaco passate male. E così, si alternano dimore patrizie lasciate più o meno andare, o risistemate dalle furbe mani dei ristrutturatori che le hanno porzionate in “prestigiosi appartamenti in barchessa, finiture di lusso”; basse casette monofamiliari che ancora grondano il sudore di chi, negli anni ’50-’60, se le è tirate su per portar via la famiglia da abitazioni sovraffollate; e i brutti palazzi di edilizia popolare edificati in tutta fretta negli anni ’70 per i veneziani in fuga e gli operai di una Porto Marghera in piena espansione.
Dopo un po’ di anni di fermo, ora ruspe e gru hanno ripreso ad andare, con esiti abbastanza interlocutori. Soprattutto viene da chiedersi perché si continui a costruire, visto che c’è molto di invenduto, se il sostantivo “piazza” possa essere attribuito ad un rettangolo di 15 metri quadrati incastonato tra migliaia di metri cubi di negozi e uffici, e se le due strade che sezionano il paese longitudinalmente bastino a gestire i serpentoni di traffico che si snodano nelle ore di punta, quando tutto e tutti, per ragioni varie, se ne vanno altrove.

Ho sempre pensato che me ne sarei voluta andare a tutti i costi da un posto così, che sarei voluta vivere in una città più grande, più bella, come Bologna o Londra.

Ora, penso che, a meno che George Clooney non mi veda girare per Venezia durante la prossima mostra del cinema, non si innamori perdutamente di me (ed io di lui) e non mi porti con sé a New York, dove Quentin Tarantino, conoscendomi ad un party esclusivo al Waldorf Astoria, non rimanga così folgorato dalla mia beltà e dalla mia perspicace ironia da fare di me la sua nuova Musa, al confronto della quale Uma Thurman diventerebbe una sciacquetta senza arte né parte, insomma, se non dovesse verificarsi tutta questa serie di improbabili eventi, credo che me ne rimarrò qui.
E non lo dico con rassegnazione, ma con tranquillità.
Perché l’aria di provincia, tutto sommato, non mi dispiace.
Diciamo solo che un po’ più di bellezza non guasterebbe, ecco.

Mio padre racconta con un certo divertimento delle “villette a schiera” in cui abitava da bambino; ma dietro a questa patina di leggerezza si nasconde una vita di povertà che a fatica posso immaginare. Chilometri a piedi per andare a scuola, in otto in due stanze, polenta a pranzo e cena, e quel che latitava dal tavolo lo si recuperava con qualche furtarello nei campi del vicino. Nessuno poteva tirarsi indietro dal darsi da fare per la sopravvivenza della famiglia, anche se questo poteva significare mettere da parte la propria dignità, la propria indipendenza, andare a lavorare giovanissimi, e anche sacrificarsi sull’altare di un matrimonio palesemente sbagliato, pur di uscire di casa.

Sono stata a visitare la casa in cui abitava la famiglia paterna, ed è ancora lì, lasciata a se stessa, inerme.
Fino a quando non verrà demolita, o data in pasto al primo costruttore che ne farà la prossima immancabile serie di appartamenti confortevoli in contesto tranquillo (vista sul passante non dichiarata).

Morale della storia: la modernità è una truffa.
Conclusione del cazzo, ma l’unica possibile.
Amen.

Ricetta del giorno: Polenta
E ora mi tocca ammettere che io la polenta non la so fare, mannaggia.
E tra l’altro, provengo da due scuole diametralmente opposte: quella paterna, che apprezza una polenta dura e grossolana, che quand’è cotta si stacca da sola dal paiolo di rame formando un monoblocco che sta in piedi da sé; e quella materna, più liquida, tipo la polenta che si serve con le schiette in umido. Un insulto, per chi ami la veracissima polenta casereccia.
La polenta può essere altresì bianca o gialla (bramata, ma non nel senso di desiderata), a seconda della farina utilizzata.
Insomma, come si fa la polenta? In un paiolo di rame far bollire tot litri di acqua salata. Quando questa sarà pronta, versare la farina di mais a pioggia, un po’ alla volta, mescolando energicamente e senza soluzione di continuità con una frusta metallica. Quando si sarà ottenuta la consistenza desiderata meno un pochettino (occhio che con la farina bramata gialla conviene stare un po’ indietro sennò diventa troppo cementosa), lasciar cuocere la polenta per un tot di tempo, tipo 45 minuti, non di meno altrimenti rimane cruda e fa male al pancino, rimestando di tanto in tanto con quell’utensile di legno che sicuramente ha un nome preciso ma che ora mi sfugge.
Versare su un tagliere di legno di forma tonda. Sempre che non si sia optato per una consistenza più molle, nel qual caso è meglio scegliere una terrina onde evitare fastidiose colate lungo i bordi.
In passato, la polenta veniva tagliata con uno spago.
Ora, fate un po’ quello che volete, o voi bamboccioni dotati di ogni comodità.

 
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Pubblicato da su 30 gennaio 2012 in bilanci, frugalità, pensieri sparsi

 

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Il rinforzo positivo

pacca

Quando ho adottato Sally, ho deciso che fosse il caso di iscriverla a scuola.
Di iscriverla e iscrivermi, per la precisione.
Non essendo vissuta con altri cani, prima, non sapevo cosa fare, come trattarla, quanto spazio lasciare alla sua libera iniziativa e in che modo, invece, guidarla, insegnandole cos’è giusto e cosa sbagliato.
Avevo davvero un sacco di ansia.
A scuola ho imparato ad adottare il cosiddetto “metodo gentile” o del “rinforzo positivo” (c’è anche chi lo definisce “apprendimento per condizionamento”, ma questa è un’espressione che non mi piace e che, probabilmente, è troppo limitativa. Però, è anche vero che io non sono né etologa né educatrice, per cui potrei benissimo aver torto).
In che cosa consiste dunque il rinforzo positivo? Si tratta di premiare il cane quando fa quello che noi gli chiediamo. Esempio: comando “seduto” – il cane si siede – vai di biscotto. Metodo applicabile a tutto, dal fare la pipì fuori a non diventare un’idrovora quando esce a fare la passeggiata e scopre qualcosa di interessante a terra, eccetera eccetera.
Il premio deve essere immediatamente successivo all’azione corretta: gli animali non conoscono il prima e il dopo, vivono esattamente in quel “qui e ora” che fa la gioia di un sacco di pensatori illuminati, e che dovremmo un po’ tutti imparare a tenere in considerazione, senza incasinarci altrove.
Insomma, attraverso il rinforzo positivo il cane fa 2+2 e capisce che l’azione appena compiuta è corretta, imparando a reiterare quel comportamento.

Questa piccola lezione sui cani fa da preambolo ad una riflessione che stavo facendo prima su noi bipedi umani.
Troppo spesso diamo per scontato quel che va bene, fissandoci invece su errori e sbavature: hai preso 8 nel compito? E’ il tuo dovere andare bene a scuola. Porti a casa un 5? Ma porcaccia zozza, adesso lo dico a tuo padre e vedrai che, minimo, ti becchi una settimana di clausura a pane e acqua!
Al lavoro fai tutto correttamente? Nulla da segnalare. Commetti il minimo errore? A rapporto dal capo!
E’ un meccanismo che spesso mettiamo in atto anche nei confronti di noi stessi, provate a pensarci: quante volte vi gratificate per qualcosa di buono che avete fatto, e quante invece vi mortificate per un errore?
La mia personale bilancia pende, ahimè, un po’ più a favore delle mazzulate tafazziane.

E allora io penso: è davvero così difficile elargire (o elargirsi) un “bravo/brava”?
E perché, al contrario, ogni minimo errore viene fatto immediatamente notare?

E’ da quand’ero bambina che mi misuro con questa forma di avarizia, e la cosa non mi va giù.

Più pacche sulle spalle per tutti!

Ricetta del giorno
Bocconcini. In gran quantità. Da donare, e donarsi, ogniqualvolta accada qualcosa di bello.

 
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Pubblicato da su 23 gennaio 2012 in riconoscimenti

 

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Io non cinguetto

tweety

Io ci ho provato, per la mia solita curiosità, ad aprire un account su Twitter.
Ho visto che c’erano degli amici, ho cercato un po’ di personaggi che mi piacciono.
Ho girellato un po’, letto due cose.
Perplessa.
E, in breve tempo, ho deciso che non me ne può fregare di meno, sì ma no, grazie.
E così mi sono messa a pensare che a volte un passo indietro, o meglio, un non-passo in avanti, può rendersi necessario, perché tutto sommato chissenefrega di essere sempre aggiornati sulle ultime tendenze/novità del momento.
E’ sempre per questo motivo che nel mio salotto troneggia un ancora perfettamente funzionante televisore a tubo catodico.
Che leggo i libri in formato cartaceo e che l’idea di sfogliare pagine virtuali su un e-book reader mi lascia francamente perplessa. Cioè, vuoi mettere il profumo, la consistenza della carta, la tangibilità della parola scritta con inchiostro vero e non elettronico?
Che il mio cellulare è di modello discutibile e ha delle funzionalità limitate; sempre più di quante non mi servano, di molto inferiori ai modelli di tendenza.
Decrescere, o crescere meno, permette di non gettare via cose ancora funzionanti, di non rincorrere pseudo-offerte imperdibili, di non farsi prendere da un circolo vizioso tipo: questo non ce l’ho e non mi manca – ma sì, dai, lo prendo – cazzo, mi è assolutamente necessario!
Insomma, a volte less is more, secondo me.
Magari mi perderò un sacco di cose, ma magari anche no, chi lo sa?

(nel mio percorso tra i social network, sto tornando a pieno regime ad un’affezione per il blog, lasciando gradualmente perdere quel guazzabuglio che è facebook. Che mi diverte anche, per carità, ma la casa-blog è un’altra cosa)

Ricetta del giorno: Il piatto riscaldato
Anche in cucina non si butta via niente. E quindi, perché non riciclare gli avanzi e scaldarli, o trasformarli nella loro sostanza, aggiungendo qualcosa o togliendo qualcos’altro?
Esempio: pasta avanzata –> o la si mangia così, oppure con due uova si può fare una bella frittatona. Oppure, la si ripassa in forno gratinandola.
Da qualsiasi avanzo, comunque, si può creare una frittata.
L’importante è tenere sempre delle uova in frigo.
Cosa che io, per inciso, faccio raramente.
Con il pane vecchio, si può fare una zuppa di pane, o la pinza.
Carne –> polpette.
Verdura –> risotto.

Insomma, basta poco per soddisfare la vostra fame e il vostro stomaco. E anche il bidone dell’umido vi ringrazierà!

 
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Pubblicato da su 20 gennaio 2012 in frugalità

 

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Pensieri sparsi

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 (Fantasmi a Bassano)

1. Tanta voglia di lei
Questa canzone mi ha sempre fatto venire un nervoso ma un nervoso…”Mi dispiace di svegliarti forse un uomo non sarò… ma ad un tratto so che devo lasciarti…”.
E vabbè, te la sei scopata e ora, carico di sensi di colpa, stai cercando di scappare con le mutande in mano, adducendo scuse puerili, del tipo”io la amo, io non posso stare senza di lei, senti maaaa…”.
Ma prenderti le tue responsabilità e/o andare a cagare no?
Una manica di legnate gli darei, se fossi l’amante. E anche se fossi la morosa/moglie/compagna.
Stronzo.

2. Foto
Da quando ho la reflex mi sembra di non saper più fotografare. Un po’ frustrante come sensazione. Il fatto è che son sempre stata molto impreparata tecnicamente, e ora tutti i miei limiti stanno venendo a galla come bolle di zolfo dal fondo di uno stagno. E poi, presa come sono a cercare, per ogni scatto, la giusta combinazione tempi/diaframmi/ISO, perdo di vista il soggetto e faccio delle foto davvero banali. Panico.

3. Fragilità
Fisicamente son come una banderuola al vento. Letteralmente: mi basta il minimo colpo di freddo che mi trovo a sgocciolare muco da ogni dove. Il che, oltre alle prevedibili noie strutturali, mi impedisce di dedicarmi con continuità ai miei progetti, preferendo spalmarmi su un divano per prendermi un po’ cura di me. Forse dovrei iniziare un po’ di prevenzione, imbottirmi di vitamine, come suggerisce la madre. Che palle.

4. Libro
Ho iniziato finalmente a scrivere una cosa che avevo in testa da molto: il mio libro per bambini, il nuovo capolavoro della letteratura per ragazzi che, una volta pubblicato, salirà in tempi record alle vette delle classifiche cancellando dall’immaginario collettivo quel certo maghetto sfigato… coso, là.
Però l’ispirazione va e viene, e dopo essere partita di slancio eccomi già in preda la blocco dello scrittore.
Grugef (mi rivolgo soprattutto a te per ovvie ragioni), hai qualche consiglio?

5. Casa
Vorrei tanto fare un bel make up al mio appartamento: per quanto mi piaccia, vorrei dargli una patina più sofisticata e radical-chic. Oppure, diventare arredatrice. A scelta.

6. Sei
Ho sempre pensato che, per una cena, il numero perfetto di commensali sia, appunto, sei.
Di sestetti ne ho sperimentati un sacco, ma solo ultimamente ho trovato la combinazione perfetta, l’alchimia che va da sè, liscia come l’olio, la fusione di sei personalità assolutamente compatibili e in grado di interagire in maniera stimolante, profonda, divertente. Un background comune e interessi che si mixano alla perfezione fanno un cocktail micidiale, che il mojito, al confronto, è acqua fresca. Tsk.

7. Murakami
L’ultimo romanzo è abbastanza una cagata. Però, ti tiene incollato alle pagine in una maniera così ipnotica che mi viene da chiedermi perché.
Perché, insomma, alcuni libri ti imprigionano nelle loro maglie e altri, nonostante una trama convincente, ti lasciano freddino? E’ una questione di stile? E che cacchio è ‘sto stile?
A proposito, Il signore degli anelli (libro) non mi piace nemmeno un po’.

8. Cucina
Ormai sono la regina delle spezie. Datemi una radice di zenzero e vi solleverò il mondo.

9. Darkness
Una sera, degli amici mi hanno parlato di questo film descrivendolo come “la cosa  più terrorizzante che abbiamo mai visto in vita nostra, ti giuro, non puoi capire, devi guardarlo”.
Da quando vivo sola, mi sono ripromessa di non guardare più film dell’orrore, onde evitare di trascorrere le mie notti a fare la ronda per casa, a piedi nudi e con la racchetta in mano, alla ricerca di spiriti maligni e zombie sotto il letto. Eppure, in un impeto di incoscienza, questo me lo son visto. E da due settimane non giro più per casa senza avere una lucina accesa.

10. 21-12-2012
Qui lo dico e qui lo nego: io ci credo, alla profezia maya. Non credo che finirà il mondo, troppo facile. Ma che accadrà qualcosa di epocale sì.
Forse in quella data verrà pubblicato il mio romanzo (vedi punto 4)?
Ai post l’ardua sentenza.

11. Fabrizio Bentivoglio
Averlo conosciuto quand’era giovane… ♥
(anche se, pure adesso, voglio dire, eh!)

Ricetta del giorno: Insalata “vorrei, e posso. Eccome se posso. Muahahahahah!”

In una ciotola, predisporre un fondo di misticanza. Tagliare a fettine sottili del lime, delle mele (io suggerisco le renette, anche se anneriscono al solo sguardo, ma il gusto è insuperabile), e incorporarle all’insalata. Versare a pioggia delle arachidi tritate. A piacere, anche dei semi di papavero che danno un tocco fusion. Condire con sale e olio; io ci aggiungerei anche un filo di glassa all’aceto balsamico.
Ottima e digestiva.

 
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Pubblicato da su 16 gennaio 2012 in pensieri sparsi

 

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