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Scrittura creativa – esercizio due

Scrivere un pezzo ispirandosi a questo video: http://www.youtube.com/watch?v=dX3k_QDnzHE

Quando parlate di noi, ci definite “speciali”; ma lo so, lo sappiamo tutti, che quel “speciali” significa in realtà “diversi”. È il disprezzo celato nella vostra voce a fare la differenza. E anche dietro quel “diversi”, come in un gioco di scatole cinesi, è sottinteso qualcosa di più: se lo ammetteste a voi stessi, prima di tutto, allora arrivereste a capire che in fondo al vostro cuore ci considerate dei mostri.
Non speciali, né diversi: mostri.
Questa è la verità.
Noi siamo i fenomeni da baraccone, la cellula difettosa, siamo il pagliaccio a molla che balza fuori quando meno te lo aspetti; noi vi ricordiamo quello che potreste essere, ed è per questo che ci temete: perché siamo lo specchio delle vostre paure.
Ma ignorarci non farà che aumentare il vostro terrore, le barricate ingigantiranno ancor più la nostra ombra sulle vostre coscienze.
Comunque la sapete una cosa? A differenza di quel che potete pensare, a noi non interessa essere come voi. Vi stupisce, sentirvelo dire? Magari ve lo spiego meglio. Non ci interessa essere “normali”, se questo significa essere cinici, sadici, senza cuore, come voi siete con chi non vi somiglia. Non aspiriamo ad essere brutali, ad affossare ciò che non comprendiamo e non sappiamo accettare. Noi abbiamo la poesia nel cuore, il fuoco negli occhi, e gli stessi bisogni e le stesse voglie che avete voi. Ma soprattutto ci riconosciamo, come “diversi”, siamo abituati a sentirci così, e proprio per questo siamo più in sintonia con noi stessi di quanto voi sarete mai.
L’unico peso davvero insostenibile è la solitudine a cui ci condannate.
Muri di gesso, di amianto, di ghiaccio, palizzate, ponti levatoi, secchi di pece bollente: le avete studiate tutte, per tenerci fuori dalla vostra vita.
Eppure, sapete cosa?, stanotte ce ne fotteremo di tutto e di tutti, stanotte noi pretendiamo di affrancarci dal mondo e dai suoi contratti. Stanotte inseguiremo i nostri sogni, nient’altro: indosseremo candide ali di cigno, saliremo sul monte più alto e da lì vi osserveremo, senza vendetta, senza giudizio. È la nostra libertà, ciò a cui aspiriamo, non la vostra prigionia.
Stanotte danzeremo in cima alla città, noi, piccole anime sparpagliate. Assaporeremo l’ebbrezza dell’aria fresca sulla pelle, finalmente pura, finalmente nostra. E forse i nostri movimenti saranno scomposti, ma non importa: perché sarà il loro fluire spontaneo a conferire loro grazia.
Stanotte ci daremo la mano, con fiducia, e guarderemo avanti, verso il nostro futuro. Che non sappiamo cosa ci riserva, ma di sicuro niente che sia già stato.
Stanotte il nostro cuore farà un balzo nel petto, di gioia profonda e soddisfazione.
Per gioco, stanotte, faremo cadere il sole.

 
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Pubblicato da su 26 giugno 2013 in racconti

 

Scrittura creativa – esercizio uno

Allora, da una settimana circa faccio parte di un gruppo di scrittura creativa, realizzando così uno dei miei sogni di sempre. Ché ho anche provato a cercare qui in zona, se facessero qualcosa di interessante, ma le poche proposte sembrerebbero più dei corsi di lettura critica che non di scrittura, tipo su Ulisse, e il poema epico; belli eh, per carità, ma sinceramente sei mesi su Ulisse me li perdo anche. Sì, lo so, ha fatto la storia, ma il libero arbitrio mi permette di scegliere che no, grazie.
Insomma, il primo esercizio è già arrivato: scegliere un personaggio tra quelli creati dagli altri, e rispettare quattro vincoli nella stesura della storia (nella fattispecie: l’ambientazione è una città abbandonata, la pioggia creerà un diversivo, il protagonista sviene, un animale molesto farà la sua comparsa sulla scena),
Il personaggio che ho scelto si chiama Spigola Bardot, di Palermo, fruttivendolo di giorno e travestito di notte. Un animale lo accompagna sempre nei suoi spettacoli: il pappagallo rosso Doris Gay.
Questa è la storia che ho pensato.

SPIGOLA BARDOT E LA MISTERIOSA SCOMPARSA DEL SUO UCCELLO


… no, ma’, certo che non ho avvisato la polizia… e picchì, picchì… picchì me lo scrissero, i figghi di bottana – scusa, ma’… comunque me lo scrissero: non vogliamo la polizia ammenzu i cugghiuni o il tuo uccello morto è! Ma’, tu lo sai quanto affezionato sono, al mio uccello… eh, sono talmente preoccupato pi iddu che mi viene da chianciri, guarda, c’ho l’umore nivuro come la notte in un’eclissi di luna… sì, lu sacciu, attento sto… no, non so chi sono, e perché lo fecero… eh già, che gran camurrìa, ma’… sì, sto guidando adesso… il vivavoce? Chiù o menu, chiù o menu… va be’, ma’, ti telefono chiù tardu… sì, tranquilla… ti bacio ma’…

Messo giù il telefono, l’uomo, conosciuto di giorno come Stefano Baronti, fruttivendolo di punta della Vucciria, e che il popolo degli sfavillanti locali notturni chiamava invece Spigola Bardot, si concentrò nuovamente solo sulla strada.
L’autostrada del deserto, lasciata la cacofonia di Palermo, si zittiva improvvisamente nei pressi dei cartelli di Capaci; e da lì in poi se ne scendeva tranquilla e solitaria fino a Mazara, la cittadina delle ceramiche colorate, sospesa a metà tra Europa e Nord Africa.
La destinazione di Spigola Bardot era però più vicina.

– Di tutti i posti dimenticati da Dio, proprio ccà mi dovevano fari veniri? – sbottò l’uomo, mentre le sue gambe magre fasciate di nero tentavano faticosamente di scavalcare l’alta cancellata arrugginita; cancellata su cui troneggiava un bel DIVIETO D’ACCESSO sbiadito dal tempo e dal sole. Era estremamente cauto e attento a non strappare la minigonna di lattice, e ancor più a non impigliarsi i cabbasisi nei ferri del cancello. Il caschetto biondo platino gli stava ormai tutto di sghimbescio e gli copriva la faccia per metà.
Tirò su la gamba destra, piazzando lo stivaletto borchiato sull’ultimo appoggio disponibile: era pronto a scavallare. Fatto un bel respiro, lasciò ondeggiare la gamba sinistra un paio di volte, raccogliendo tutto il coraggio che avesse in corpo, e
sì, cazzu, ci sono, o sorti o morti!, prese la rincorsa e la buttò oltre la sommità del cancello, dall’altra parte.
Annaspò col piede alla ricerca di un sostegno sicuro, tentando di mantenere l’equilibrio, senza cedere alla tentazione di sedersi sulle punte verticali e rimanere lì, incastrato a mezz’aria con una barra di ferro infilata tra le chiappe. Esperienza di per sé non così spiacevole, in verità: ma, ecco, magari in situazioni differenti, con ben altre
barre.
Presa confidenza con la nuova posizione e rincuorato dal successo della scalata, Spigola si fermò qualche secondo per guardarsi intorno: due file di case contornavano la strada; case reiette, dimenticate, dalle cui finestre sbilenche uscivano frane di pietre, assi di legno spezzate, inferriate appese a testa in giù. Dalle porte d’ingresso spalancate sull’eternità si poteva intravvedere l’interno delle abitazioni: una volta azzurra qui, una scala pericolante là. Un armadio sfondato, un vecchio mocassino perso forse durante la precipitosa fuga notturna.
Del terremoto del ‘68 aveva sempre e solo sentito parlare e gli sembrava strano trovarsi, ora, in quell’imprevisto tête-à- tête con la Città Dei Fantasmi, luogo che ormai aveva assunto per molti, per chi non avesse dimenticato, un’aura quasi mitica.
– Va bbonu!, – esclamò infine, come ridestandosi da un sogno, – imu avanti.
Con cautela, fece passare anche la gamba destra oltre il cancello. Si tenne con forza con le mani, mentre cercava di stabilizzare l’equilibrio. E finalmente si permise di esultare: ce l’aveva fatta! Era dentro.
A due, tre metri di altezza, ma dentro.

Fatti trovare nella piazza di Poggioreale vecchia, presso la statua in piazza, alle 7 di sera di domani. Ti daremo istruzioni su come potrai riavere il tuo pappagallo. Non avvisare la polizia o il pennuto è morto.

Così recitava il laconico biglietto, un semplice foglio a righe piegato in quattro trovato nella cassetta della posta il giorno prima.
– Bedda matri! – aveva esclamato, esterrefatto. – Allora la presero davvero, Doris rapirono!
Era prorotto in una serie di singhiozzi sfrenati, accasciandosi a terra. – Doris…
ihihihihi… picciridda mia, cosa ti fecero?… ihihihihi… DOVE SEI?!?
Frignando senza ritegno, aveva vagato alla ricerca di un pacco di kleenex, ripensando alle ultime ore: quando si era coricato il pappagallo c’era, c’era eccome. Come d’abitudine si erano salutati prima che si spegnessero le luci:
– Buonanotte, Doris picciridda. Oggi bravissima fosti.
– Ricchiune!, aveva gracchiato come al solito l’uccello, arruffando le piume rosse e lucide.
Fingendo di adirarsi, Spigola l’aveva minacciato scherzosamente con la spazzola: – Rintra u furnu, avirissi a finiri, rintra u furnu!
– Ricchiuuune!
-Ah, Doris, come farei senza di te? Buonanotte, m’addrumo un’ultima sigaretta e poi dormo anch’io.
Si era coricato che il pappagallo, come se stesse provando la parte per un provino, ancora cadenzava a intervalli regolari:
Ricchiune! Ricchiuuune!

Al suo risveglio il sole era già alto. Si era stiracchiato, pigramente, allungando la mano sul comodino per recuperare la sveglia: erano le undici e mezza, ed era domenica. Fantastico.
– Ah, che bedda dormita feci! – e poi, rivolto verso il salotto, – Buongiorno anche a te, Doris.
Silenzio.
– Doris? Picciridda? Amminchiata ti fosti?
Ancora nessuna risposta.
– Ma che… Eddai, Doris, cosa succede stamattina?
In preda ad un feroce presentimento, Spigola si era alzato di scatto ed era corso verso la tragedia: la gabbia era aperta e vuota, qualcuno aveva rapito la sua Doris Gay!

Non fosse stato per il velo di muschio che si era posato in maniera quasi uniforme su tutta la superficie di pietra, la statua era in ottime condizioni. Raffigurava una donna dai lunghi capelli al vento ed era l’unico elemento miracolosamente intatto in tutto il paese; il suo compito pareva essere quello di restarsene lì, testimone sul campo del passato che fu, indomita, illesa e un po’ fuori posto se paragonata alla distruzione circostante.
Spigola un po’ la osservava e un po’ si guardava nervosamente intorno, alla ricerca di un movimento fugace, un rumore, una piuma… insomma, qualsiasi segno di vita di Doris o dei farabutti che l’avevano presa.
L’orologio diceva che mancavano ancora dieci minuti all’appuntamento. Con un brivido lungo la schiena, mentre si mangiucchiava oziosamente le unghie, l’uomo si chiese che cosa sarebbe accaduto DOPO.
Uno stormo di corvi neri non faceva altro che passare in volo sopra le case, e da lì sconfinava sui campi e le colline circostanti, per tornare indietro con un repentino battito d’ali collettivo. Ogni volta che lo vedeva passare, Spigola era preso dalla tentazione fortissima di ravanarsi un po’ i cosiddetti: perché, nonostante si dichiarasse un “ateo della superstizione”, in realtà non riusciva a resistere a quei piccoli riti scaramantici che, se non avesse rispettato… chissà.
Si rassettò per l’ennesima volta la gonna e sprimacciò per bene la parrucca sulla testa, cercando di ignorare i cigolii funesti che provenivano dalle case lì attorno e lo strappo che, scavalcando il cancello, aveva fatto a una manica della casacca e la cui idea ora lo tormentava con l’insistenza di un martello pneumatico.
– E dai, un c’a fazzu chiù! Si muovessero… Ma… a chiuovere iniziò?
Asciugandosi la goccia che gli si era depositata sulla fronte, Spigola alzò gli occhi verso il cielo: azzurro con qualche nuvoletta candida che si muoveva placida verso ovest.
Strano.
A meno che non fossero gli acieddi du malauguriu! Lo sapevo che
Altre gocce colpirono l’uomo: sul viso, sulle braccia, sui piedi; parevano arrivare da ogni direzione, intensificandosi sempre più: in pochi secondi erano diventate una vera e propria pioggerellina, misteriosamente nata dal nulla e circoscritta ai pochi metri intorno all’uomo e alla statua.
– Ma cu minchia fu? Che succede qua? – strinse i pugni, e d’impeto buttò fuori tutta la frustrazione e l’ansia di quei giorni. – EHI, MI SENTITE? CHI CAZZU SIETE? NISCITI, FACITIVI VIDIRI!
Silenzio.
Mentre cercava di formulare una frase, o anche solo un pensiero, Spigola fu improvvisamente accecato dalla potente luce di un faro arancione che pareva provenire dalla sommità della scalinata di fronte.
– ZITTO, SPIGOLA! – tuonò una voce poderosa. L’uomo si irrigidì e anche la pioggia si fermò, apparentemente in soggezione pure lei. – Ora abbasseremo le luci, stai fermo dove sei.
Il faro si spense. Spigola si stropicciò gli occhi, mezzo accecato com’era.
– Vuoi rivedere il tuo pappagallo? Fai sì o no con la testa.
Nonostante fosse semi-paralizzato dal terrore, riuscì ad annuire vigorosamente.
– Bene. Ora arriva. Sei pronto?
Un altro giù-su.
– Ok. E allora, si cominci. Pronti, ragazzi? E one, e two, e three e four…
Un breve crepitio, e poi… e poi partì: un crescendo di note, un’intro di tastiera che Spigola riconobbe all’istante.
– Ma… che?
La musica proveniva dai tre lati della piazza: il crescendo esplose in un tuono, la tastiera si mise a martellare a più non posso, e infine iniziarono le parole, i versi più beneauguranti mai scritti nella soria della musica:

Humidity is rising
barometer’s getting low

Spigola iniziò a guardarsi febbrilmente intorno: se la base era registrata, la voce non lo era. C’era qualcuno, lì con lui. Ma dove? E soprattutto CHI era? E cosa ci faceva lì, cos’aveva a che fare con lui e la scomparsa di Doris?

according to our sources
the street’s the place to go

Gli sembrò di scorgere un movimento fugace, un frullo d’ali… Doris? No, impossibile: a meno che la stessa non fosse stata posta sotto un moltiplicatore di massa e ingrandita un centinaio di volte.

cause tonight for the first time
just about half past ten

E invece sì, cavolo, c’era qualcosa lì in cima: qualcosa di rosso, che veniva verso di lui. Un – non poteva credere ai suoi occhi! – gigantesco esemplare di pappagallo che muoveva il becco e… cantava? Com’era possibile? Un pappagallo che fa le scale e canta con voce umana?

for the first time in history

Ma… non era un pappagallo, quello! Ora che si era avvicinato un po’ di più, che era arrivato all’ultimo gradino, che era finalmente illuminato dal grande faro che ora gli faceva da occhio di bue, Spigola si accorse che l’estraneo vestito da pappagallo rosso non era altri che
– AAAAHHH! La divina Etna Ramona!
Etna Ramona: la drag queen più famosa di tutta la Sicilia; i suo spettacoli erano presi d’assalto, i suoi travestimenti brillavano tanto che si potevano scorgere fin dalle coste della Tunisia, e la sua voce… la sua voce era degna dei migliori teatri di Broadway.
E ora era lì, e cantava per lui! Almeno così pareva.
Perché, poi?
Il verso successivo sembrò suggerirgli la risposta:

it’s gonna start raining men

Un’esplosione di coriandoli. Quello che accadde subito dopo pareva esattamente questo: che qualcuno avesse aperto un sacco da una tonnellata di coriandoli variopinti e li avesse lanciati in giro. Solo che quelle macchie colorate, macchie che avanzavano dai tre lati della piazza, non erano coriandoli.
E no che non lo erano.

It’s raining men
hallelujah!
It’s raining men
amen!

Spigola spalancò la bocca, quella bocca troppo vicina al naso che gli aveva fatto guadagnare il suo buffo soprannome; e più spalancava la bocca e meno riusciva a credere a quello che stava accadendogli intorno: tre cortei di drag queen confluivano a passo di danza verso il centro della piazza. Man mano che le osservava, Spigola le riconosceva ad una ad una: lì c’era Nanà Diamante, un donnone di un metro e ottanta dalla pettinatura monumentale, per l’occasione abbigliata da pavone; più in là si scorgevano le gambe muscolose di Chattanooga Sciù Sciù, con cui si era esibito più volte. Da destra arrivava la sorridente Céline Unter, di madre belga e padre tedesco, con cui Spigola aveva intrattenuto una breve relazione qualche tempo prima; da sinistra Miss Splendour Kitty Kat, la giovane promessa giunta da pochi mesi dall’Inghilterra, patita di tarantella e di cannoli.
E infine, non ci poteva credere! A cantare in perfetto accordo,

I’m gonna go out

i suoi idoli

I’m gonna let myself get

la vera, unica ragione per cui aveva iniziato quel mestiere

absolutely soaking wet!

il più famoso gruppo di travestiti brasiliani: le sole, uniche, inimitabili, Deus Sex Machina, meraviglia del creato, delizia per gli occhi e le orecchie, abbigliate per l’occasione da candidi cigni.
– AH! – Spigola proruppe in un gridolino in falsetto, attorniato ormai da centinaia di drag queen che continuavano a cantare e ballare in cerchio in uno svolazzare di boa di struzzo, tessuti leggeri e lustrini.

God bless Mother Nature
she’s a single woman too
she took over heaven
and she did what she had to do

Nemmeno nei suoi sogni più belli avrebbe osato immaginare una scena simile.
Tutte le tensioni e le preoccupazioni dei giorni addietro erano sfumate come l’alcol in un piatto flambé: Spigola era sopraffatto dall’emozione, dalla sorpresa e da tutta quella bellezza, tanto da desiderare che quel momento, quell’incredibile momento perfetto, non finisse mai.
E invece finì: l’eco dell’ultima nota risuonò nella piazza, l’ultimo ritornello evaporò nell’aria.
Silenzio.
Tutti gli occhi – occhi dalle ciglia lunghissime, truccati di ogni colore, ansimanti di felicità – erano fissi su Spigola, in attesa. L’uomo inspirò una profonda boccata d’aria, conscio che ora toccava a lui, avrebbe dovuto dire qualcosa. Aprì la bocca e si afflosciò come una bisaccia vuota, zoomando verso il suolo.

Niu nau niu nau
u piciriddu sa dumisciu;
niu nau niu nau
u piciriddu chi si sunnau.

La nonna bedda gliela cantava sempre, una ninna nanna per farlo addormentare: niu nau e le palpebre diventavano pesanti, sempre più pesanti; niu nau, e la testa iniziava a ciondolare sul collo come una nave in balia delle onde. Al terzo giro di niu nau, di solito aveva già iniziato a russare. Aveva il sonno pesante, Spigola, quel sonno che è tipico di chi si addormenta senza pensieri e non ha paura che arrivi l’indomani. Un sonno da cui veniva di solito risvegliato dal padre a schiaffetti.
– Patri, eddai patri, cincu minuti ancuora… Patri… abbasta… pa’…
Aprì gli occhi, a fatica, cercando di riconnettersi: era disteso, per terra, circondato da una miriade di zeppe e plateau; il selciato era bagnato, qualcuno gli stava tenendo le gambe e qualcun altro gli picchiettava insistentemente la fronte. Ancora intontito, si rivolse a quest’ultimo.
– Ehi, va bene… abbasta accussì. Dai, per favore…
Tentando di schermarsi il viso con una mano, intercettò qualcosa di morbido.
– Che scarpette deliziose…
Quel qualcosa di morbido gli pizzicò forte un dito.
– AHI! Ma che min…
Fece per alzarsi di scatto, ma non riuscì a coordinarsi e ricadde a terra. Come nella storia di Maometto e della montagna, però, fu il mistero a venire a lui: sotto forma di un grosso esemplare di ara giallo e blu che gli si posò dopo un breve volo giusto in mezzo al petto.
– TU fusti?
Il pappagallo lo fissò coi suoi occhi mobili.
– Be’, piacere allora, io sugnu Spigola, Spigola Bardot. E tu?
L’altro parve pensarci un attimo, se fosse il caso di presentarsi ad uno sconosciuto.
Poi, evidentemente, decise di sì: – Curnutu, gracchiò. – Curnuuutu!

e insomma, ma’, una sorpresa mi fecero: un video per iuttùb, sai, quella cosa, comu si chiama, flescmòbb?… dovevi esserci ma’… sì, eh, pi u compliannu a mia… e anche un rigalu mi fecero, un bel rigalu

Con l’espressione non molto convinta, Spigola guardò dallo specchietto retrovisore: appollaiati sugli schienali dei sedili posteriori stavano i suoi due compagni di viaggio: Doris, la cara Doris Gay, che mai aveva temuto per le sue piume in quella lunga avventura, e il nuovo arrivato Dorian, Dorian Gay, che gli rimandò un’occhiata perplessa.
– Fate i bravi, arrieri, va bene?
– Ricchiune. Ricchiuuune! – replicò Doris civettuola.
– Curnutu. Curnuuutu! – chiuse Dorian con apparente, immensa soddisfazione.

ma’? Mi sa che la camurrìa qui appena cominciata è.

 
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Pubblicato da su 19 giugno 2013 in racconti

 

Protetto: Il tanto sospirato racconto del contest

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Pubblicato da su 30 maggio 2013 in giocogioco!, racconti

 

Ogni promessa è un debito

Lo so, le scadenze non sono esattamente il mio forte.
In questo, come in altri casi, si è ripetuto un copione tipico per me: parto con una grande idea, comincio sull’onda dell’entusiasmo, improvvisamente perdo lo slancio, non ho nemmeno la motivazione di dover rispettare dei termini certi, e quindi procrastino, mi incasino, abbandono l’operazione rinviandola a data da destinarsi (e nella maggior parte dei casi mollo definitivamente).
Ma non questa volta: perché avevo promesso che avrei fatto una cosa, e le promesse si mantengono.
In ritardissimo, ma si mantengono.

Tutto questo per dire che al massimo entro lunedì della prossima settimana posterò il racconto oggetto del contest.
Contenti? Io sì.

 
 

Un anno

convivenza

In principio fu il veneziano intellettualoide. Cinque anni intensi e difficili, e una rocambolesca conclusione da operetta da quattro soldi. Prima o poi ne scriverò. Alcuni passaggi meritano proprio.
Poi è arrivato l’amico consolatore, con cui stavo proprio bene. Abbiamo giocato a fare gli amanti per un po’, ma la mia ferita era ancora troppo fresca, e lui non ho capito cosa volesse. Ritorno di fiamma (breve) con l’ex. Col secondo siamo rimasti amici, com’era giusto che fosse.
Il terzo è stato il collega-chiodo-scaccia-chiodo. Tre mesi sospesi, e poi basta. Nulla in comune. Silenzio.
Il quarto: il giovane-vecchio. Attivo in politica (ovviamente a sinistra), aspetto classico e natura molto, molto passionale. Prima storia a distanza, divertente, finché è durata. Mi ha fatto imparare l’importanza del distacco, soprattutto emotivo.
Il quinto: il blogger. Sei mesi di scorribande su e giù per la pianura padana e un paio di viaggi in Europa, seguiti da una conclusione un po’ brusca. Discrepanza di intenti e sentimenti. Ma siamo stati abbastanza intelligenti da non farci troppo male.
A seguire, un’immensa e totalizzante tranvata, purtroppo solo virtuale. Lui, istrionico, coinvolgente, un’esplosione di energie. Grande feeling, promesse  di incontri seguite da tira e molla e gelosie a grande distanza, finché ci siamo mandati affanculo.
Il fresco separato: conosciuto durante una serata-concerto nel mio locale preferito grazie ad un astuto stratagemma. In realtà puntavo il suo amico, ma poi sono uscita con lui. Uomo in carriera, molto malinconico. Stavolta sono stata io, seconda la legge del contrappasso, il suo chiodo. Ora vive in Svizzera, credo.
Lo scrittore: evidentemente, a guardare film sul letto di un semisconosciuto, qualcosa poi ci scappa. Ci ho guadagnato due libri divertenti che non avrei altrimenti letto. E comunque no, non sto parlando di Grugef.
L’avvocato de Roma: frequentazione brevissima e immotivata, fino all’epifania finale “ma che cazzo ci faccio con questo qui???”. Mollato bruscamente, da stronza. Uff.
In qualcuno di quest momenti si intersecano anche l’uomo bistecca e il toscano camperista.
Una sera conosco l’allenatore bresciano: approccio molto diretto, in breve divento la sua concubina. Proprio quello che ci voleva per me, in quel momento. Divertente.
Segue il pordenonesedimmerda: di lui già sapete, mi sono innamorata in due nanosecondi, tanto l’impennata è stata improvvisa quanto la caduta rovinosissima.
E infine, a sorpresa, nel momento in cui non pensavo desideravo minimamente conoscere qualcuno, soprattutto perché pensavo di aver già incontrato, e perduto, l’Uomo Per Me, arriva lui, il FOC. Ho iniziato ad uscire con lui senza grandi convinzioni, ma ormai ho capito che se le cose devono andare vanno, è inutile opporre resistenza. Non siamo granché come festeggiatori di anniversari, non ci teniamo molto, ma oggi, per qualche ragione, è diverso. Perché oggi è un anno che viviamo assieme. Un anno da quando ho accettato un’altra persona nella mia dimora, dopo un equilibrio di circa otto anni vissuti in solitaria prima e con Sally poi, un anno trascorso a prenderci le misure e aggiustare il tiro, con molte soddisfazioni, un sacco di progetti, e anche qualche incomprensione e sfuriata. Non irrimediabili per fortuna.
Ho imparato un sacco in quest’anno, e ancora sto imparando: a conoscerlo, a conoscermi. A fidarmi, cosa non facile per me. A comunicare, possibilmente nel modo giusto. E a prendere le cose con leggerezza. Perché una risata può stemperare ogni tensione e dare una mano a risolvere tutto o quasi.
Un anno che mi fa sperare ce me saranno ancora molti altri, di anni di vita assieme.

Buon anno allora, e felice anno nuovo, mio inestimabile tesoro pi!

Piatto del giorno: moqueca. Proverò a cucinarla stasera, nella nuova pentola tajine acquistata ieri. Speriamo bene.

P.s. Il FOC si è premurato di cazziarmi perché non ho ancora terminato il racconto del giochino.Lo so, ha ragione, avete ragione. Ci sto lavorando, giuro, e spero di concluderlo in tempi decenti.

 
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Pubblicato da su 22 aprile 2013 in Uncategorized

 

Work in progress

R e G: chi saranno mai i due protagonisti del racconto oggetto del contest? Lo scoprirete… fra non molto, su questo blog!

 
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Pubblicato da su 21 febbraio 2013 in giocogioco!, racconti

 

Lei viene?

Mi consenta… lei viene? E quante volte?

Non si fosse dimesso l’incappucciato vaticano, dovrebbe essere questa la notizia del giorno. Notizia che è invece già vecchia, già dimenticata oppure opportunamente insabbiata a dovere, al solito. Notizia su cui vorrei soffermarmi un secondo.

Solito comizio di Silvio, soliti tentativi di gigioneggiare per conquistarsi le simpatie degli astanti.
La (involontaria) spalla: una donna, dipendente della ditta Green Power, nel veneziano.
Il filmato mostra la “gag” già iniziata: lui che le chiede ” lei viene?”, lei che risponde e, solo in un secondo momento, si rende conto del doppio senso, e ride.
Ride, appunto.
Il comico si bulla della riuscita del numero, il pubblico va in delirio.
Vedetevi il filmato, dice tutto da solo.Vorrei mettere l’accento su un particolare.
Che non è la bassezza morale dell‘uomo politico (entrambi termini quanto mai generosi, visto il calibro del personaggio).
Quel che mi dà particolare fastidio, in tutta questa mise en place da campagna elettorale, è la supina condiscendenza di chi, come in questo caso la donna blu-vestita, subisce apertamente un simile pisciare fuori dal boccale, facendo buon viso a cattivo gioco.
Per non parlare degli astanti (uomini e donne) che rotolano dalle risate alla simpatica gag.
Ma, io mi chiedo, la dignità personale e di genere contano ancora qualcosa?
Il ruolo della donna si è davvero così svilito da poterne fare una oggetto di un copione palesemente sessista e di pessimo gusto? Per non parlare del fatto che saremmo in campagna elettorale e che magari sarebbe da attenersi a regole attenenti al buonsenso, per non parlare della responsabilità istutuzionale?
L’arroganza del potere è realmente così incontrastabile?
Quanto ancora lasceremo che si abusi della nostra intelligenza, ammesso che, come popolo almeno, ne abbiamo ancora una?
Infine, un’ultima domanda cui vorrei fossimo noi donne a dare risposta: dopo quanto fatto per (provare ad) emanciparci dalla dittatura maschile e per vederci riconosciuta una dignità pari a quella dell’uomo, siamo realmente disposte a farci trattare così? 

Ho sempre meno parole.
E il tutto, più che farmi rabbia, mi fa tristezza. Ma tanta.

 
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Pubblicato da su 11 febbraio 2013 in politica e seriosità

 

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